Piazza del Plebiscito occupata dalle automobili utilizzate come rivovero, nel riquadro una sezione del carcere

LA TESTIMONIANZA A 40 ANNI DAL SISMA L’ex detenuto, recluso in quei giorni a Poggioreale: quell’esperienza mi ha salvato la vita ma me l’ha pure distrutta

di Giancarlo Tommasone

«Quei giorni, da un lato mi hanno salvato la vita, dall’altro me l’hanno distrutta». Adesso, Mimmo (chiede l’anonimato per comprensibili motivi di opportunità e anche per paura) ha 59 anni e abita in una città dell’Emilia, dove lavora come custode in un complesso sportivo. A tratti balbetta vistosamente, ma è fermo nel raccontare quello che ha vissuto. Esattamente quarant’anni fa fu testimone di uno degli eventi più tragici mai registrati in Campania. Era di domenica, il 23 novembre del 1980, giorno del terremoto, e l’allora 19enne era stato arrestato circa 48 ore prima, lo avevano portato a Poggioreale. «Avevo rubato una macchina, una Fiat 127, a San Giorgio a Cremano, mi presero mezz’ora dopo il furto. Da allora, però, non ho avuto più problemi con la giustizia, almeno questo…», sottolinea a Stylo24. «Prima mi portarono in Questura, poi in carcere, finii al Padiglione Salerno. Nella stanza eravamo una decina, passai quasi tutto il tempo seduto sulla branda, avevo paura e non parlavo con nessuno».

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Ore 19:34:53, quei 90 secondi
che annichilirono la Campania

L’inferno in terra, nel girone dantesco di Poggioreale (che all’epoca ospitava 2.000 reclusi) si presentò alle 19:34:53 di quel 23 novembre. La scossa (X grado della scale Mercalli) durò circa un minuto e mezzo. «Ricordo che qualcuno stava guardando una trasmissione sportiva in tv, poi cominciò a tremare tutto, il televisore in bianco e nero cadde sul pavimento, e in un solo istante furono solo grida animalesche e gente che si accalcava alle sbarre per uscire. Pensai che fosse arrivata la fine del mondo, tutti gridavano: ’o terremoto, superiò, arapite (aprite, ndr)». «Quando finalmente aprirono le celle, mi ritrovai in una fiumana impazzita di persone. Ho capito dopo perché alcune di esse, oltre a pensare di salvarsi, cominciarono a lottare come bestie. E’ come se fossi svenuto, o fossi uscito dal corpo, mi vedevo muovermi dall’alto, ero terrorizzato – continua –. L’unica cosa che riuscii a fare, evitando gente che correva non so verso dove, fu di prendere una coperta per nascondermi da qualche parte», dice. «Io non lo ricordo con precisione, questo me lo hanno detto poi dopo: restai quasi tre giorni riparato e nascosto dietro una panca, con una coperta addosso e una bottiglia di acqua minerale. Urinavo rannicchiato senza uscire mai dal mio ‘ricovero’,  provavo ad alzarmi, ma mi bastava qualche passo per farmi tornare a nascondermi».

Il dramma di Mimmo:
l’arresto, il carcere, il manicomio

Mimmo era finito in un padiglione occupato quasi per la totalità da esponenti della Nuova famiglia, mentre il resto del carcere era in mano ai cutoliani. Il bilancio dello scontro tra opposte fazioni fu di tre morti e di decine di feriti. Chiediamo a Mimmo se abbia  assistito a fatti di sangue. «Diciamo che se pure se avessi visto qualcosa – a un certo punto comincia a balbettare con intensità –, non lo avrei mai detto. Sentivo solo rumore continuo, ogni tanto urla di dolore, ma pure detenuti che sembravano stessero festeggiando. La cosa che non posso dimenticare è il suono sordo dei colpi (schiaffi e calci) che un gruppo di cinque o sei persone sferrò a un ragazzo, col quale prima si stava scherzando insieme. Avvenne vicino alla panca dove mi ero rintanato, pensai che se la sarebbero presa anche con me e me la feci letteralmente nei pantaloni. Poi, cosa inspiegabile, uno di quelli che aveva partecipato al pestaggio, mi fece alzare, mi mise un braccio intorno alle spalle, e mi scortò nella sezione in cui stava. Fu l’unico atto di umanità ricevuto in quell’inferno».

Tre giorni d’inferno nella casa
circondariale di Poggioreale

La situazione di emergenza e tensione, caratterizzata da un tentativo di evasione di massa, tumulti dei carcerati e scontri armati, si esaurì tre giorni dopo. Che cosa successe a Mimmo? «Fortunatamente, dopo circa una settimana, lasciai il carcere, mi condannarono a un anno con la sospensione della pena. Ma, i guai, per me, erano appena cominciati. Entrai in paranoia, perché avevo paura che qualcuno potesse uccidermi, credendo che avessi assistito agli omicidi che si erano consumati a Poggioreale e che potessi parlare. Dormivo solo qualche ora, al mattino, e gli incubi tornavano puntualmente a trovarmi», spiega. «Non mangiavo – dice ancora -, in due mesi persi 20 chili, la buonanima di mia madre mi portò dal medico di base che diagnosticò un forte choc. E ci credo. Il problema era più serio, però, infatti mi ricoverarono in una clinica psichiatrica a Napoli, dove, sono stato quasi ininterrottamente, per tre interminabili anni». «La mia vita si è fatta sempre più difficile, assumevo psicofarmaci e nel frattempo facevo uso di eroina, ma non ho fatto mai reati per comprarmi la roba, lavoravo come muratore o come ambulante. Poi, più di 20 anni fa, è entrato Gesù nel mio cuore, e da allora ho cominciato un altro corso», racconta Mimmo. «Quello che vissi in carcere, però, non mi ha mai abbandonato: gli incubi ritornano ancora. Nei sogni vedo una luce che trema e gente dalla faccia bestiale che urla in maniera disumana. Per me, il terremoto del 1980, a 40 di distanza, non è mai passato. Scuote ancora la mia mente e la mia anima. Certo, forse mi ha salvato la vita, mi ha fatto incontrare il Signore e quell’esperienza non mi ha fatto più finire in carcere, ma la vita me l’ha pure distrutta», conclude l’ex detenuto.