Spaccio al Rione don Guanella

I dialoghi intercettati di due spacciatori del clan Lo Russo, impegnati in una discussione sui vertici del gruppo criminale

Dalle intercettazioni dei dialoghi che avvengono tra i pusher al servizio del clan Lo Russo, emerge anche un universo di gelosie, di tentativi di primeggiare e di entrare nelle grazie del capopiazza. E come in tutti gli ambienti di «lavoro», c’è immancabile la figura del «lecchino». Quello che a forza di adulazione servile, scientifica e continuata, prova a ritagliarsi il suo spazio, nell’orbita dei vertici del gruppo. Allegata a una inchiesta sul clan dei capitoni di Miano, c’è la trascrizione di una conversazione che avviene tra due pusher; gli spacciatori del Rione Don Guanella sono in auto, e parlano del nuovo capopiazza, tale Ciro. Quest’ultimo ha «ricevuto i gradi» direttamente dal boss Carlo Lo Russo (poi passato a collaborare con la giustizia). Una scelta necessaria, nella logica malavitosa, perché quello che c’era prima di Ciro, non era per niente affidabile.

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Non «si era comportato bene» con la cosca, avendo fatto registrare ammanchi e ripetute creste sugli incassi effettivi dell’attività illecita, ed era stato quindi cacciato. «(Ciro) si è preso macchina, motorino… non teneva l’orologio al polso, ha detto, sennò si prendeva pure l’orologio (del suo predecessore)», spiega uno dei pusher al suo interlocutore. E continua: «La macchina la stava scontando, mentre Ciro la sua macchina, l’ha pagata cinquanta babà (50mila euro) tutti in una volta. Con Ciro, si vede la differenza». Il suo «collega» gli domanda: «(Il nuovo capopiazza) non la prende quella macchina (quella da 50mila euro)? Hai mai fatto un giro?». E l’altro risponde: «No, il giro non me lo fa fare. Lo fanno solo quelli che si mettono a fare i lecchini. Se mi metto come un lecchino, pure a me, mi fa fare un giro. Ma io non sono un lecchino».

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