Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile (San Francesco d’Assisi)

Elio Germano interpreta il frate poverello

Il vento è cambiato. Da quell’incredibile ed imprevedibile novantatreesimo minuto di Lazio–Juventus, con annessa prodezza di Dybala, le nostre potenti vele azzurre si sono afflosciate e le vele gonfie di sempiterne folate di vittoria dei rivali bianconeri hanno consentito allo scafo rivale di sopravanzarci. Eravamo lì, a sbirciare l’angolo in alto a sinistra del nostro schermo più che a guardare l’orrida tenzone in essere. Eravamo lì, a fissare minuto e risultato. Eravamo lì, sereni, perché non c’erano neanche più lontanamente i prodromi di ciò che poi sarebbe accaduto… la Juventus giocava male, che più male non si può, per una squadra che ha tutti quei punti in classifica.

Lorenzo ‘Il Magnifico’ Insigne

Eravamo lì, sereni, ad aspettare i tre fischi dell’arbitro, senza neanche massacrarlo di sacrosante bestemmie per non aver accordato un gigantesco rigore alla Lazio. Eravamo lì, sereni, a fare i nostri bei conticini… se pareggiamo con la Roma  rimaniamo virtualmente a più uno (il recupero con l’Atalanta non l’ho mai considerato se non assegnando i tre punti ai maledetti)… se vinciamo addirittura andiamo a più tre.

Il capitano Marek Hamsik

Eravamo lì, sereni, ad aspettare… eravamo lì sereni… fatta eccezione per la piccola pulce sempre presente nei nostri cuori che ci ricorda l’ineluttabilità del loro essere spada di Damocle che penzola eternamente sulle nostre teste sognanti scudetti. E Dybala fu… da un’azione non azione ecco la gemma del fuoriclasse cui non manca anche il maledetto e divino colpo di fortuna… e noi impietriti folgorati addolorati come e più, che se avesse segnato contro di noi. L’abbiamo interpretato come un segno del destino, come l’ennesima conferma del nonc’ènulladafare.
Siamo tornati titolari di quella sensazione eterna che viveva nel nostro cuore azzurro quando da piccoli sognavamo il Primo Tricolore con la certezza che era uno dei sogni che mai si sarebbe avverato nella nostra vita. Poi… arrivò Lui ad insegnarci che non c’e’ sogno che non possa avverarsi.

Diego Armando Maradona

E forse, da qualche parte, ahinoi, quella sensazione deve essere balenata improvvisa nei cuori di questo magnifico gruppo di ragazzi che poi hanno dovuto raccogliere, per la prima volta nella loro vita alle dipendenze del Comandante, per quattro volte il pallone dal fondo della nostra porta nelle due ore successive a quel surreale novantatreesimo minuto. E forse quella sensazione deve aver fatto breccia nell’animo leggero degli azzurri, che tale deve rimanere perché l’eventuale vittoria non può che passare per l’esercizio della Bellezza, che di sospensione leggiadra necessita e men che mai soltanto di ruvida applicazione, che pure deve esserci.

L’attore Peppe Miale

Ed ecco allora una bella ma non sontuosa prestazione nel tempio milanese del calcio. Il bello non basta, occorre la Bellezza, la sontuosità. E la sontuosità è figlia della leggerezza. Il 9 novembre del 1986, in uno spogliatoio fatto di uomini tesi con volti corrucciati per la difficilissima prova che attendeva il Napoli in casa della Juventus di Platini, Diego prese un limone e cominciò a palleggiare senza fine, con la testa, con il tacco, con le ginocchia, con il petto e soprattutto con il sorriso, indio e sornione, sulle labbra. Tutti cominciarono a sorridere e quel sorriso delle 14 di un uggioso pomeriggio torinese divenne il delirio di gioia delle 17.50 di un assolatissimo pomeriggio partenopeo del dieci maggio 1987.

Bisogna tornare ad essere leggeri. Credere a San Francesco, alle sue parole, con tutta l’ironia e le dovute proporzioni visto la giocosità dell’argomento trattato, per carità (appunto… ). Cominciamo a fare il necessario battendo Genoa, Sassuolo,Chievo, Udinese, Fiorentina, Torino, Sampdoria e Crotone, poi proviamo a fare il possibile battendo il Milan a San Siro, che poi, magari, all’improvviso, ci sorprenderemo a fare l’impossibile a Torino, Amen. Cioè, per carità, volevo dire… forza e coraggio. 

Azzurramente, Peppe Miale

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