Da un lato condannati per associazione mafiosa, dall’altro assolti nel processo stralcio che li vedeva imputati insieme ad altre persone, con l’accusa di riciclaggio e di aver intestato beni a una fitta rete di prestanome. È il quadro della situazione che emerge dopo l’assoluzione tra gli altri, di Antonio, Benedetto e Luigi Simeoli. Per i giudici della III Sezione del Tribunale di Napoli, che si sono espressi nelle scorse ore, i suddetti componenti della famiglia di palazzinari di Marano, sono sì «camorristi legati a doppio filo al clan Polverino», ma non sono responsabili dei reati ipotizzati a loro carico, quelli di riciclaggio e di associazione fittizia di beni.

Il boss della camorra, Giuseppe Polverino
Il boss della camorra, Giuseppe Polverino

Una situazione alquanto singolare che emerge dopo la lettura dalla sentenza di primo grado. Contestualmente all’assoluzione di tutti gli imputati, è stato pure deciso il dissequestro dei beni che erano stati «congelati» al culmine della fase operativa delle inchieste condotte dalle forze dell’ordine. Al centro delle indagini sono finite più volte aziende specializzate nel settore delle costruzioni edilizie. Nel corso degli anni, gli inquirenti hanno portato a termine massicce operazioni di aggressione patrimoniale nei confronti degli imputati.

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La sede della Procura di Napoli (Stylo24)
La sede della Procura di Napoli (Stylo24)

A maggio del 2014 gli investigatori dell’Arma e quelli della guardia di finanza apposero i sigilli alle società Immobiliare Sime Spa, Linea Edilizia Srl, Futura Società Cooperativa Edilizia Srl, Garden City Cooperativa Edilizia Spa e Tiziana Costruzioni, secondo gli inquirenti formalmente intestate a soggetti diversi dai Simeoli ma di fatto controllate da questi ultimi. Un sequestro ammontante a dieci milioni di euro. L’attività delle forze dell’ordine, come spiegato attraverso un comunicato diramato all’epoca dalla Procura di Napoli, rappresentava un prosieguo di quelle già svolte nell’ottobre del 2013 e del febbraio del 2014. Operazioni queste ultime, che portarono all’arresto di Antonio Simeoli e dei figli Luigi e Benedetto, oltre che al sequestro delle quote di partecipazione della Sime Costruzioni Srl e della Laura Sas, società operanti nel settore edile. L’inchiesta era però partita nel 2011, quando, nell’ambito di meticolose indagini, era stata effettuata una perquisizione presso la sede della Sime. Stando alla sentenza emessa nelle scorse ore, però, non si è riusciti a provare che i Simeoli abbiano intestato beni a «teste di legno». Il pm ha un mese e mezzo di tempo per impugnare la decisione presa dai giudici della III Sezione del Tribunale di Napoli.