I fratelli Pasquale ed Emanuele Sibillo

Il collaboratore di giustizia Vincenzo Amirante racconta che uno della scorta del baby-boss, durante la scorreria in Via Oronzio Costa non portò con sé i «dispositivi di protezione»

Il baby-boss Emanuele Sibillo fu ucciso da un unico proiettile, spirò all’ospedale Loreto Mare nella notte del 2 luglio 2015. Non aveva nemmeno 20 anni. La pallottola lo raggiunse al fianco, nel corso di una sparatoria ingaggiata con appartenenti alla famiglia Buonerba, nucleo di spacciatori con «roccaforte» in Via Oronzio Costa a Forcella. A parlare di quell’episodio è stato anche il collaboratore di giustizia Vincenzo Amirante.

Le sue dichiarazioni sono allegate all’inchiesta, che a fine aprile 2021, è scaturita in una operazione che ha portato ad eseguire 21 misure di custodia cautelare, nei confronti di appartenenti alla cosiddetta «paranza dei bambini» (il clan Sibillo, appunto). Secondo quanto afferma il pentito, Emanuele Sibillo – che dopo la morte sarà indicato con la sigla ES 17 – avrebbe pagato cara una leggerezza commessa da uno dei suoi guardaspalle.

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«I Sibillo e gli affiliati pretendevano l’estorsione dai Buonerba per consentire loro di gestire le piazze storiche che avevano in Via Oronzio Costa», fa mettere a verbale Amirante il 4 ottobre del 2017. Al rifiuto della famiglia Buonerba, cominciarono le scorrerie armate da parte dei Sibillo. «I Buonerba vivevano “chiusi” in casa – spiega il collaboratore di giustizia –. Sempre da G. seppi che anche Emanuele Sibillo andava a sparare contro l’abitazione dei Buonerba. La sera della sua morte, Emanuele era seduto dietro la moto del fratello Pasquale (Lino) Sibillo, e su un’altra moto c’erano  ’o cafone (Luca Capuano) e Francesco Pio Corallo (detto ’o nonno)».

«Per come raccontatomi da Francesco Pio Corallo, durante la nostra comune detenzione a Secondigliano, Emanuele Sibillo, una volta colpito, cadde dal mezzo condotto dal fratello. Sicché ’o cafone salì dietro il mezzo come terzo passeggero, per sostenerlo», mentre si compiva il tragitto per portare il ferito in ospedale. «Pio Corallo mi ha anche riferito che Lino Sibillo schiaffeggiò ’o cafone, rimproverandolo di non aver portato i giubbotti antiproiettile che aveva in custodia».

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