Nella foto il baby boss Emanuele Sibillo insieme a Silvestro Pelecchia (foto di repertorio)

Le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Daniele Pandolfi allegate all’ultima inchiesta sulla paranza dei bambini

Agli atti dell’ordinanza redatta nei confronti di appartenenti alla cosiddetta paranza dei bambini (e scaturita nelle scorse settimane, nell’esecuzione di 21 misure di custodia cautelare) ci sono anche le dichiarazioni di un folto stuolo di collaboratori di giustizia. Tra questi c’è Daniele Pandolfi, ex della famiglia Vastarella della Sanità. Il 13 settembre del 2018, Pandolfi parla anche di Emanuele Sibillo, il capo del clan omonimo, ucciso il 2 luglio del 2015, nel corso di una sparatoria con una fazione avversa, a Forcella.

Alla domanda di quando avesse conosciuto Sibillo, il collaborante dichiara: «E’ una conoscenza che risale al periodo in cui avevo circa 15 anni, quando frequentai la scuola di Don Bosco alla Doganella, come pena che mi fu inflitta dal giudice per i minori, per una rapina che avevo commesso. In tale occasione conobbi Pasquale Sibillo e dopo 8-9 mesi, suo fratello Emanuele.All’epoca entrambi i fratelli erano dediti alle rapine».

ad

«In seguito – continua Pandolfi – ho saputo da Ciro Mauro che proprio Emanuele Sibillo sparò, mentre era su un motorino insieme a Silvestro Pellecchia (detenuto per altro, ma non indagato nell’ambito dell’inchiesta in oggetto), e ad altri membri del clan Sequino, nelle gambe di un bravo ragazzo che si chiama Luigi ’o biondo, perché portasse l’ambasciata al predetto Ciro, dicendogli che da quel momento c’era anche lui nella Sanità come uomo di camorra insieme ai Sequino».

Leggi anche / Il cognato dei boss
con la «passione» per Hitler e Mussolini

Proprio con questa famiglia, secondo quanto afferma Pandolfi, ci fu, da parte dei «fratelli Sibillo, una assidua frequentazione di 4-5 mesi. Dopo, forse perché si ruppe l’intesa con i Sequino, si allontanarono dalla Sanità. lo non ho avuto rapporti diretti con i fratelli Sibillo ma da quello che si vedeva, era del tutto evidente che i Sibillo facessero parte del clan Sequino e che comunque avessero con questi ultimi raggiunto un’intesa». Pandolfi scende ancora più nei dettagli, rispetto allo spessore criminale di Emanuele Sibillo, che dopo la sua morte sarebbe diventato il famigerato ES 17.

«Pasquale accompagnava sempre o quasi, il fratello Emanuele in sella di un motoveicolo quale conducente. Emanuele era sempre armato con due pistole e indossava un giubbotto antiproiettile. Circostanze queste che dico per conoscenza diretta avendolo sempre visto armato e col giubbotto antiproiettile mentre era dietro al motorino con il fratello. Talvolta il motociclo era guidato da Manuel Brunetti, fratello di Nicolas Brunetti», racconta Daniele Pandolfi al pm che lo interroga.

Riproduzione Riservata