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di Francesco Vitale

Paura, tanta, dei raid nemici e dei controlli da parte delle forze dell’ordine. Per tale motivo, sottolineano gli inquirenti, nell’ordinanza che ha portato all’arresto di vertici e gregari del clan Sequino (l’operazione è scattata lunedì 18 febbraio), la cosca della Sanità si era preparata da tempo agli «accessi esterni», grazie a una fitta rete di sentinelle (non sempre ligie nell’osservare il compito) e alla videosorveglianza.

I risultati dell’attività di intelligence documentano, in maniera inequivocabile, come il clan utilizzi «sistemi di difesa, di vario tipo,
idonei a garantire la protezione delle abitazioni
e dei luoghi ove abitualmente dimorano gli affiliati»

«Emerge in modo evidente l’attenzione degli indagati al controllo del territorio, attraverso l’impiego di telecamere installate nei pressi della loro roccaforte situata alla Via Santa Maria Antaesecula, sempre presidiata da persone di fiducia del clan».

Le conversazioni
sono state intercettate
presso la casa di due affiliati

Nel corso di una conversazione intercettata il 26 giugno del 2016 presso l’abitazione di Silvestro Pellecchia (cognato dei boss Nicola e Salvatore e considerato uno degli elementi apicali della famiglia malavitosa), emerge come gli affiliati vengano avvisati relativamente a movimenti sospetti che si registrano nella zona di competenza del gruppo e nei rioni vicini. Presso la casa di Silvestro Pellecchia e del figlio Salvatore, «si presentava un soggetto che li avvisava della presenza di due soggetti, nella zona di Capodimonte, con abiti scuri ed appostati in sella a uno scooter di grossa cilindrata: “Guagliò ci sta un 300 a Capodimonte (…) vestiti di nero, l’ha detto il fratello di Barone (si ipotizza si tratti del fratello di Antonio Esposito, inteso appunto come ’o Barone)… ed è venuto ad avvisare… vedi sta vicino la banca dell’acqua, nascosti, vestiti di nero due di loro… Totore, è un 300 è stanno due di loro vestiti di nero a Capodimonte…”».

Appresa la notizia, Silvestro Pellecchia, ridimensiona la cosa: «Sarà qualche rapinatore, si mettono là dietro». Ma l’interlocutore, è scritto nell’ordinanza, «di contro, diceva di aver pensato che fossero gli infami, riferendosi ovviamente ad eventuali sicari di gruppi contrapposti: “Ho detto: ma non è che erano gli infami?…”. L’ignoto, inoltre, diceva a Silvestro Pellecchia di essere andato direttamente da lui atteso che nel vico non c’era nessuno, nonostante avesse notato la presenza dello scooter di Genni, ossia Passaretti Gennaro: “Amò, io sono venuto solo ad avvisare… nel vico non c’è nessuno e qua fuori c’è il mezzo (lo scooter) di Genni…”». A questo punto, Pellecchia senior si interroga su dove siano finiti gli affiliati, che avevano anche il compito di presidiare la «roccaforte» del clan. Gli risponde la moglie: «Stanno sopra la stanzetta». Riferendo che si trovano appunto presso un locale utilizzato dai componenti del clan, che si trova in Vico Santa Maria Antaesecula.

Le sentinelle lasciano la roccaforte «sguarnita»
Le preoccupazioni dei vertici della famiglia Sequino

E allora Silvestro, chiede «all’ignoto interlocutore di avvisare gli affiliati che si trovavano nella  stanzetta: “Vai sulla stanzetta e vai a dirglielo…”».

Per fare la sentinella, però, bisogna attenersi a delle regole, non dare nell’occhio, spiare senza farsi vedere e non attirare le attenzioni delle forze dell’ordine. E’ un ruolo delicato. In un’altra conversazione, intercettata (il 10 luglio del 2016) sempre presso l’abitazione di Pellecchia, emerge ulteriormente come «sia prassi consolidata del gruppo criminale dei Sequino, monitorare la propria base logistica e nello specifico la Via Santa Maria Antaesecula, con l’impiego dei vari affiliati».

Ma dal contenuto dei dialoghi captati, si evince pure, come gli affiliati non svolgano in maniera corretta il compito di «sorveglianti», tanto è vero che cadono nella rete di un controllo portato a termine dalla polizia proprio davanti alla «base logistica» del clan.

La «stanzetta» in Vico Santa Maria Antaesecula

Salvatore Pellecchia, «in maniera concitata – annotano gli inquirenti nell’ordinanza – descriveva al padre Silvestro la posizione che avevano tre affiliati all’atto del controllo delle forze di polizia: “Papà, stava uno sotto al palazzo e due sul mezzo (sullo scooter) di là…”». La circostanza appena descritta irrita non poco Silvestro Pellecchia, secondo cui i citati tre soggetti «stavano sotto al palazzo dalla mattina ed aggiungeva che tale cosa non si sarebbe dovuta ripetere: “Diglielo… da stamattina buttati qua dentro e non devono stare proprio sotto al palazzo… Allora adesso non si deve mettere più nessuno fuori al palazzo…”».

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