Il sindaco Giuseppe Tito e il procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero De Raho

Il sindaco di Meta ha conferito la cittadinanza onoraria a Cafiero De Raho. Ma c’è chi fa notare il possibile imbarazzo per la sua vicenda giudiziaria non ancora conclusa

di Fabrizio Geremicca

ad

L’uno, Federico Cafiero de Raho, è un magistrato simbolo del contrasto alla illegalità ed alla corruzione. L’altro, Peppe Tito, è il sindaco di Meta di Sorrento, nonché consigliere della Città Metropolitana, tra i politici più noti nella penisola sorrentina più volte in procinto di spiccare il volo verso i palcoscenici nazionali. Si sono incontrati l’undici luglio, si sono stretti la mano e sono stati fotografati insieme in occasione del conferimento della cittadinanza onoraria di Meta al procuratore nazionale. Tito ha rilanciato l’immagine con Cafiero de Raho sulla sua pagina social e sono fioccati commenti entusiasti, plausi e congratulazioni dei suoi numerosi sostenitori ed estimatori. C’è chi, però, ha anche – sia pure senza esporsi pubblicamente – espresso perplessità circa l’incontro. Non per il conferimento della cittadinanza al magistrato, che ha lasciato un ottimo ricordo del suo lavoro nella Procura di Napoli, dove ha trascorso un certo numero di anni, ma per la situazione giudiziaria ancora in via di definizione del primo cittadino di Meta. Peppe Tito è infatti imputato in un processo che si sta svolgendo, sia pure molto lentamente, al Tribunale di Torre Annunziata relativo al presunto affidamento illecito di un parcheggio sul molo di Meta ad una cooperativa avvenuta nel 2012.

Le accuse al primo cittadino

Il sindaco – che all’epoca era assessore – secondo l’ipotesi accusatoria avrebbe incassato una tangente. Vicenda ovviamente tutta da definire e lo faranno le sentenze nei tre gradi di giudizio – ammesso che non scatti prima la prescrizione – ma che avrebbe dovuto sconsigliare, secondo chi non ha apprezzato l’evento, il faccia a faccia tra Cafiero de Raho e Tito. «Evidentemente – commenta un professionista che vive in penisola sorrentina – il giudice non è stato adeguatamente informato delle vicende che riguardano Tito. Non solo quelle penali, ma pure quelle relative agli abuso edilizi nell’hotel di famiglia, del quale è stato a lungo socio». Tesi che non convince, va da sé, gli estimatori del primo cittadino i quali fanno notare che, al di là della presunzione di innocenza alla quale ha diritto ogni imputato, il sindaco era all’incontro con il magistrato in rappresentanza ufficiale della intera comunità metese e che in quel ruolo poco contavano le sue personali vicende giudiziarie, per le quali ad oggi manca peraltro una sentenza che certifichi la colpevolezza dell’imputato.

Riproduzione Riservata