di Giancarlo Tommasone

Entrambi sono stati, per loro stessa ammissione, boss incontrastati nel traffico illecito dei rifiuti. Per molta parte delle loro vita sono stati ai vertici di organizzazioni camorristiche; poi hanno scelto di collaborare con la giustizia, accedendo ai programmi di protezione. Una volta interrottosi il rapporto con lo Stato, hanno deciso di avvicinarsi al mondo giornalistico e – cosa assai singolare – in tale frangente, hanno attaccato la politica. Uno si chiamava Carmine Schiavone, ex vertice dei clan dei Casalesi deceduto per cause naturali nel 2015; un altro è Nunzio Perrella, ex boss del Rione Traiano.

Carmine Schiavone intervistato da Nadia Toffa delle Iene

Sono molte le similitudini tra i due personaggi, a partire proprio dal mondo da cui provengono, quello delle ecomafie, appunto. Ma il parallelismo continua rispetto al percorso di vita che sia Schiavone che Perrella hanno intrapreso. Un punto di contatto è rappresentato dall’inchiesta Adelphi. Le indagini nascono proprio dalle prime dichiarazioni rese nel 1988 da Perrella a Franco Roberti (ex procuratore nazionale antimafia e all’epoca dei succitati fatti sostituto procuratore della Repubblica a Napoli). L’ex boss ed ex collaboratore di giustizia napoletano dipinge un quadro tragico della situazione: commistioni tra camorra, politica e imprenditoria per sversare in Campania – scelta come immondezzaio d’Italia – i rifiuti tossici della penisola produttiva. «Per 10 anni, dal 1988, abbiamo operato nel traffico illegale di scorie pericolose.

L’ex boss delle ecomafie, Nunzio Perrella

Abbiamo interrato migliaia e migliaia di fusti tossici», intombato perfino fanghi termonucleari, spiega invece, Carmine Schiavone a Massimo Scalia, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti. E’ il 1997. Le dichiarazioni saranno rese pubbliche soltanto nel 2013. A sostenere, però, che la sua testimonianza fu secretata da Giorgio Napolitano, quando era ministro dell’Interno, è stato lo stesso pentito Schiavone in un’intervista al giornale tedesco Der Spiegel. Cosa che però è stata smentita e smontata da una nota del Quirinale prodotta e diffusa a gennaio del 2014: «E’ fuorviante e privo di qualsiasi fondamento ascrivere a responsabilità dell’allora titolare del Viminale eventuali vincoli di segretezza su atti che all’epoca costituivano parte integrante di indagini giudiziarie in corso». Non sono nemmeno stati rinvenuti le migliaia e migliaia di fusti intombati, di cui aveva raccontato Schiavone che, alcuni anni prima della sua morte – concluso anche il periodo della collaborazione di giustizia – aveva rilasciato numerose interviste, una tra le più famose a SkyTg24.

Giorgio Napolitano in una foto degli anni Novanta quand’era presidente della Camera

Ma Schiavone nel 2013 aveva perfino indicato ai giornalisti (nello specifico a Nadia Toffa, puntata del 19 novembre 2013) della trasmissione Le Iene, i siti in cui tali svernamenti sarebbero avvenuti. Nessun riscontro oggettivo (effettuato perfino con degli scavi) da parte degli inquirenti ha provato la veridicità delle indicazioni di Schiavone sull’interramento dei rifiuti. Tornando a Perrella, l’inchiesta Adelphi, nata grazie alle sue dichiarazioni – attraverso cui tira in ballo politici che avrebbero avuto un ruolo fondamentale nel traffico illecito dei rifiuti -, produce decine di arresti, ma alla fine termina tra assoluzioni, prescrizioni e pochissime condanne. L’ex boss del Rione Traiano di recente pubblica anche un libro, «Oltre Gomorra. I rifiuti d’Italia» (Cento Autori, 2017). Poi di recente, riprova ad accreditarsi presso i magistrati, perché afferma di avere nuove notizie sul giro fuorilegge legato agli sversamenti. Non ci riesce. Veste, dunque, i panni dell’agente provocatore per l’inchiesta giornalistica di Fanpage.it.