sabato, Novembre 26, 2022
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Sarracino affonda i Dem a Napoli e dà la colpa a Letta

Il Pd è uscito devastato dalle elezioni (senza considerare le candidature paracadutate da Roma) e il segretario metropolitano fa lo gnorri

Il Partito Democratico napoletano, come nel resto d’Italia, è uscito a pezzi dalle elezioni. Una vera e propria débâcle in cui nessun candidato Dem è stato eletto nei collegi uninominali eletti in Campania. Nessuno, neppure uno per sbaglio. Nei proporzionali non è andata meglio e l’unico eletto a Napoli è stato il segretario cittadino Marco Sarracino che, dopo esser stato «complice» nella scrittura delle liste per le politiche chiede la testa di Enrico Letta e un congresso straordinario per aprire «una nuova fase costituente del Pd e di tutte le forze del centrosinistra. Il nostro deve essere un congresso rifondativo». Parole sbalorditive alla luce di quanto successo nel capoluogo campano.

Il problema principale del partito sembra essere la distanza della cosiddetta base con i vertici politici, della mancanza di un progetto serio di futuro e di proposte su come risolvere i problemi. A inizio agosto, a Napoli, i circoli territoriali compilarono una lista di possibili candidati da sottoporre a Roma. Eppure da quella lista il Nazareno scelse solo il segretario metropolitano, cioè Sarracino. Come mai? Sempre che quella lista sia stata portata sul serio all’attenzione di Letta e compagni.

Il giovane segretario, poi, non ha certo brillato per idee innovative e non si è dimostrato un forte rappresentante dei territori, ha permesso che a Napoli e provincia fossero candidati un ferrarese, un potentino e una milanese. Ha scatenato la protesta di tantissimi pieddini storici, ora però chiede di rifondare il partito dopo che ha permesso l’approdo all’ombra del Vesuvio di Dario Franceschini, Susanna Camusso e Roberto Speranza, non tre novizi.

La distanza dalla «base» e il Sud

Il Pd, vorremmo ricordargli, negli ultimi decenni ha sempre governato il Paese e ha sempre trascurato perfino il cosiddetto «potere operaio» che una volta costituiva la loro roccaforte. «La nostra ossessione – ha detto – deve essere come ricostruire un rapporto con una parte della società: con chi ha paura, chi soffre la crisi economica, chi si sente solo». Non sarà un po’ tardi ora?

E si professa difensore dei più deboli e del Mezzogiorno: «Il tema del lavoro vero – dice – è il grande problema che riguarda il Sud, in particolar modo i giovani del Sud: lo stipendio medio di un 35enne italiano è di 850 euro al mese, la battaglia principale da condurre è quella per il salario minimo garantito. La seconda battaglia è di fermare il progetto di autonomia differenziata che Salvini e Meloni vogliono portare avanti: su questo avremo una posizione intransigente e servirà la massima collaborazione di tutte le opposizioni». A sentirlo parlare, per il futuro dei Dem, non si prospettano tempi migliori rispetto al passato recente. Non c’è una proposta nuova ma un vecchio cavallo di battaglia dell’attuale segretario e l’opposizione al nuovo governo di Centrodestra. Di proposte concrete e applicabili nemmeno l’ombra. Il nuovo che avanza sembra sempre più assomigliare al vecchio che muore

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