Truffa telefonica anziani

Il «tesoro» lo custodiva in casa una 79enne

di Giancarlo Tommasone

Ironia della sorte, o forse solo faccia squallida della realtà: il «tesoro» delle truffe agli anziani, lo custodiva una 79enne, una vecchietta, Emilia Peluso. Nel suo appartamento finiva la maggior parte degli oggetti in oro e del denaro, frutto dell’attività dei diversi gruppi che agivano in quasi tutta la Penisola. I preziosi depredati erano poi destinati alle gioiellerie «controllate» dal clan Contini, dove si fondevano e si trasformavano in soldi più o meno «ripuliti», sicuramente più difficili da rintracciare. Peluso, finita ai domiciliari, è la madre di Espedito Diana (classe 1966) considerato l’amministratore unico della società dedita ai raggiri, una specie di «partecipata» della cosca del Vasto-Arenaccia. Centinaia di dipendenti, tra telefonisti e operativi, coordinati da sorta di capoarea che si occupavano di gestire le proprie batterie. Un affare da milioni di euro, che trovava sempre nuovi «lavoratori».

Le conversazioni degli affiliati
intercettate dalle forze dell’ordine

«Oggi le truffe le fanno cani e porci, hanno imparato tutti a parlare e fanno gli “avvocati”», afferma, intercettato un sodale dell’organizzazione, strutturata, ribadiamo, sul modello di un’azienda. I «quadri» si ritrovavano per le riunioni, all’interno di quello che ufficialmente era il Club Napoli, ma nei fatti era la sede della casa madre dei raggiri. Il circolo in Piazza Santa Maria della Fede (gestito sempre da Emilia Peluso) pullulava di truffatori, è lì che si decideva il piano di lavoro, la linea da dettare agli affiliati.

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Che confidenzialmente si riferivano al biliardo dalle parti del Corso Garibaldi, chiamandolo Santa Fe (come la capitale dello Stato del Nuovo Messico). Dal Santa Fe partivano gli incarichi per «mangiarsi i vecchietti» (così pure i sodali parlavano del proprio «lavoro»), per far piangere gli anziani, a cui si faceva credere che un parente fosse in difficoltà, fosse stato arrestato. E i malcapitati, per farlo liberare, cedevano ogni volta, nelle mani dei balordi migliaia di euro e etti di oro.

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Secondo gli inquirenti l’organizzazione guidata da Espedito Diana è equiparabile a una vera e propria cosca, con i vari sottogruppi, per tale motivo l’hanno pure ribattezzata il «clan di Santa Maria della Fede».  Tornando al ruolo di custode della cassa, di Emilia Peluso, emerge un episodio che vede protagonista il nipote 33enne dell’anziana. Luigi Murolo, il 17 maggio del 2016, arriva ad accusare la nonna, di essersi appropriata illecitamente di settanta grammi d’oro; la minaccia, le si scaglia contro e danneggia alcuni oggetti che si trovano nell’abitazione.

La nonnina
che custodiva la cassa,
accusata dal nipote: hai rubato
70 grammi d’oro

«La donna, colpita nell’orgoglio – è scritto nell’ordinanza a firma del gip Francesco de Falco Giannone –  chiama immediatamente due nipoti femmine, chiedendo loro di accompagnarla l’indomani presso la gioielleria Esposito, per rifare i conteggi (pesare e valutare nuovamente l’oro che era stato venduto). In questo contesto assumeva particolare rilievo la figura di Emilia Murolo (una delle nipoti della Peluso), coniugata con Tommaso Cristiano, detto Tommi, referente del clan Contini, che in quanto tale era il soggetto più adatto ad avere contatti con la gioielleria Esposito, legata alla cosca».