Trionfano i Maneskin, ma il festival si conferma la versione offline di Youtube

di Angela Ariano

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“Zitti e buoni” un groove potente esaltato da performance che difficilmente dimenticheremo.
Ad ogni apparizione, i Maneskin, hanno bucato lo schermo con il loro look glam e sensuale e con un’energia allo stato puro.
Ma chi sono?
La band romana è stata scoperta da Manuel Agnelli, coach dell’undicesima edizione di X Factor alla fine della quale si sono piazzati al secondo posto. Iconica l’esibizione che hanno portato sul palco di Sanremo durante la serata cover, proprio al fianco del loro mentore.
Un tempo l’abbigliamento e la mise-en-scène erano utili a veicolare una differenza, a creare una rottura, a dare qualche informazione in più su chi stava cantando e perché lo faceva, scegliendo quei suoni e quelle parole. Ora lo stile a Sanremo non serve quasi più a niente. Non serve a distinguere l’underground dal mainstream, il nazional-popolare dalla musica di ricerca.
È lapalissiana la divaricazione ostentata e progressiva tra forma e contenuto, tra il vestito e quello che c’è sotto – forse è davvero punk dimostrare che sotto c’è il niente –, gli ascoltatori restano disorientati e i simboli e le divise perdono di significato. E così, mai come nell’edizione di quest’anno, la storia, le genealogie, le carriere, i percorsi, le gavette e le credenziali di ognuno si opacizzano a vantaggio di un singolo istante, di una singola performance in un contesto limitato, in cui non conta troppo cos’hai fatto prima e cosa farai dopo. Hanno ragione molti spettatori di Sanremo quando dicono che tanti degli artisti in gara sono “sconosciuti”, nel senso che spesso sono non conoscibili, smarriti in abiti diversi da quelli che speravamo di vedergli addosso. Anche per colpa di produzioni troppo uguali.
Anni di influenze urban, di trap melodica, di autotune insinceri e di basi elettroniche ormai rischiose.
Da “Soldi” di Mamhood di soli due anni fa sembra ci siano state già dieci edizioni di Sanremo con le stesse basi.
La maggior parte di questi artisti non sono “sconosciuti”, sono solo anagraficamente giovani e popolari su Spotify e nelle classifiche di fine anno delle riviste indipendenti o nelle serie di Netflix, ma non vengono usati nelle fiction di Rai Uno o trasmessi dalle radio principali.
D’altronde si sono ibridate le modalità di fruizione della musica e della comunicazione.
La conseguenza principale di questi “sconosciuti” è che quando aprono bocca su quel palco potrebbero cantare qualsiasi cosa. Somigliare molto a quello che fanno fuori da Sanremo, optare per una versione rassicurante di loro stessi, oppure usare il palco per mettere in atto una vera e propria estroversione, che confonde sia il pubblico tradizionale, che li ignora, sia quello davvero affezionato a loro, procurando uno sconvolgimento nelle crew in cui si sono formati.
Quando gli Afterhours e in forma minore i Subsonica e i Bluvertigo andavano al festival, c’era ancora la possibilità di un tradimento: il tradimento di sé stessi e della propria comunità era un concetto sentito, scontato con il corpo durante migliaia di concerti. Oggi il concetto di tradimento è fuorviante, la musica nasce dallo scarto tra forma e sostanza che Achille Lauro rende iconico: non a caso questi ultimi festival di Sanremo eleggono lui come fosse la figura di riferimento principale.

La verità è che si è dematerializzata la comunità che potrebbe stabilire cosa è ortodosso e cosa no.


Prima c’erano gli album, la storia di un gruppo e di un artista, il background musicale che avevano alle spalle.
Oggi Spotify, le uscite periodiche del venerdì, i singoli senza album, l’idea della canzone come episodio perché tanto contano i dati Auditel, le visualizzazioni, la trasmissione, lo streaming.
È molto profonda l’affinità emotiva tra Sanremo e i servizi di streaming, una sincronia di intenzioni e di effetti.
Al di là di tutto, è bello credere che esiste ancora qualcosa di seducente nell’idea che il riconoscimento, il discernimento tra una voce e l’altra, tra un artista e l’altro, passi proprio dall’uscire da sé stessi e usare Sanremo per risultare estranei a chiunque.
Ci sarà sempre chi
non ti ha mai sentito prima e chi ti ha amato dal primo istante.

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