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di Giancarlo Tommasone

Arenato nei meandri della burocrazia e nei gangli dei procedimenti giudiziari, il «tesoro» di Duilio Poggiolini, l’ex «re Mida della Sanità», condannato in via definitiva da Cassazione e Corte dei Conti, è ben lontano dall’essere a disposizione dello Stato.

Centoventicinque
milioni di euro
– tanto valuta
la magistratura
detto tesoro –
a titolo di risarcimento
da parte di Poggiolini,
condannato
per concussione, corruzione,
e danno
di immagine
alla pubblica amministrazione

Beni quasi tutti da monetizzare, che come  si sottolinea nell’edizione odierna de «La Verità», nell’articolo a firma di Roberto Faben, giacciono ancora «in un labirinto di sentenze e incartamenti». Sentenze ancora da scrivere, come quella relativa al processo che per l’89enne romano, è in corso presso il Tribunale di Napoli.

Il processo in corso a Napoli, Poggiolini
è accusato di epidemia colposa
per la vicenda degli emoderivati killer

Più di quattro lustri, da tanto si trascina il procedimento che inizia negli anni Novanta e arriva fino ai giorni nostri. A Napoli, viene trasferito da Trento, nel 2003. Testimonianze inquietanti quelle che emergono dal processo, storie di vite cambiate per sempre e in molti casi conclusesi a causa di una trasfusione di «sangue non controllato», come ipotizza l’accusa. Plasma che sarebbe poi stato riversato copioso anche nella nostra Penisola.

I «conti» del dramma li porta da anni l’Associazione politrasfusi: dal 1985 al 2008 (anno in cui parte processo penale) le vittime di trasfusioni con plasma infetto sarebbero state 2.605. Alla fine dello stesso periodo di tempo si registrano 66mila domande di risarcimento rivolte al Ministero della Salute.

I «conti» dell’Associazione politrasfusi

Ma i responsabili della citata associazione, annotano pure che delle domande di risarcimento, quelle accolte e liquidate con un assegno bimestrale di 1.080 euro staccato agli sfortunati incappati nel sangue infetto, sono più o meno 49mila. Verticalizzando l’attenzione sull’inter del processo in corso a Napoli, si può considerare specchio dei ritardi connessi alla giustizia nel nostro Paese. A giugno del 2005, quindi quasi quattordici anni fa, la Procura di Napoli aveva chiesto l’archiviazione. Ma a luglio del 2007, gli avvocati di parte civile spiegano al giudice per le indagini preliminari, il perché della loro opposizione alla richiesta della Procura. Il gip, dunque, alla fine di dicembre (sempre del 2007), ordina ai pm di formulare l’imputazione di omicidio plurimo nei confronti di 11 indagati. Si arriva dunque al 2008, quando si apre il processo penale. Dopo più di dieci anni, però, si va avanti senza particolari accelerazioni. Se tutto dovesse andare bene, potremmo assistere a un sua conclusione, con ulteriore richiesta di danni, nel corso della prossima primavera.

Lingotti d’oro e tele d’autore nel caveau
della filiale napoletana della Banca d’Italia

Nel frattempo il tesoro di Poggiolini è ancora parcheggiato, in attesa che lo Stato possa effettivamente acquisirlo e disporne come risarcimento. Giusto per fare un esempio, nel caveau della filiale di Napoli della Banca d’Italia (che ne è custode giudiziario) ci sono lingotti d’oro da mezzo chilo cadauno e dipinti d’autore – tra cui un De Chirico – che furono sequestrati a Roma, nella villa all’Eur, dopo l’arresto di «re Mida» avvenuto il 20 settembre del 1993. Ancora in attesa che si concluda un iter, a distanza di 25 anni e di 125 milioni di euro.

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