Matteo Salvini e Luigi Di Maio ritratti in due scatti che hanno innescato polemiche

di Giancarlo Tommasone

Viviamo nell’era dell’autoscatto, o del selfie, come dicono gli inglesi. Siamo cacciatori seriali di personaggi pubblici (che ci stiano simpatici o meno) da «catturare», e immortalare al nostro fianco, in foto ricordo che nella stragrande maggioranza dei casi non verranno stampate mai. Certo la loro esistenza sarà testimoniata dai social, libro digitale di ricordi, dimensione dove tutto vive, galleggia, e nel caso affondi, è pronto a riemergere. Tra i più gettonati degli ultimi mesi, parlando appunto di selfie o di foto ricordo, c’è l’ex ministro dell’Interno ed ex vicepremier, Matteo Salvini. Non si contano gli scatti che lo vedono protagonista, accanto al «cacciatore» di turno. E tra questi spunta, naturalmente intercettato sui social, quello di Salvini insieme ad Antonio Matrone (detto Michele), che poi è il figlio di tale Franchino, meglio conosciuto come  «la belva», boss della camorra in quel di Scafati (provincia di Salerno). «Faccio migliaia di foto ogni giorno, non chiedo la carta d’identità a chi mi ferma per strada», ha dichiarato Matteo Salvini. In effetti il suo ragionamento è più che condivisibile; è impossibile conoscere tutti i parenti di malavitosi, e provare ad evitare selfie, che si tramutino in veri e propri boomerang, in materia di immagine e di opportunità.

La critica
dei pentastellati nei confronti
del selfie di Matteo Salvini
Ma i grillini dimenticano che…

Naturalmente, con la foto di Salvini, il M5S è andato a nozze, perfetta per togliersi un po’ di sassolini dalle scarpe. «Siamo rimasti allibiti», è questo il tenore del comunicato diffuso dai parlamentari del M5S, Andrea Caso e Francesco Urraro, componenti campani della Commissione Antimafia, con Virgilia Villani, salernitana, loro collega di partito. I grillini, come spesso capita ai politici (indipendentemente dal colore), hanno memoria corta e soprattutto hanno la critica pronta quando gli scivoloni li fanno gli altri, il silenzio stampa e la difesa molto d’ufficio, quando a commettere gaffe o, magari, a essere protagonisti di situazioni «imbarazzanti», sono esponenti pentastellati.

Il commento di La Torre jr
L’arresto del figlio dell’ex boss

Giusto per rinfrescare loro la memoria, ricordiamo che l’ex vicepremier Luigi Di Maio, ad aprile del 2017, quando ancora era il numero due alla Camera, fu oggetto di un commento, lasciato in calce a una foto scattata a Mondragone. A commentare lo scatto, Francesco Tiberio La Torre, figlio dell’ex boss della camorra casertana, Augusto.

L’attacco
della dem
Pina Picierno

Incolpevole, certo Di Maio, che comunque fu bersaglio di Pina Picierno (Pd), che scrisse su Facebook: «A Mondragone tra poco ci saranno le elezioni amministrative. A supportare la lista del M5S, oggi è arrivato il vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio. Il figlio del boss La Torre commenta entusiasta su Facebook. Di Maio sa di chi si tratta?».

Una clip dell’intervista de Le Iene a Tiberio La Torre

Riguardo alla questione, La Torre junior, che aveva scritto «aria nuova, la speranza per i giovani si inizia ad intravedere, forza ragazzi», successivamente aveva dichiarato alla «iena» Dino Giarrusso (candidatosi poi senza successo, proprio con i grillini alle Politiche del 2018, e dal 2019 europarlamentare pentastellato) che la camorra gli facesse schifo, oltre ad aver esternato la sua simpatia per il Movimento.

Ad ottobre del 2018, poi, lo stesso Francesco Tiberio La Torre sarà arrestato insieme al padre, nell’ambito di una inchiesta dell’Antimafia. Agli indagati, furono contestati a vario titolo, i reati di detenzione illegale di armi da sparo e da guerra, tentata estorsione e tentata rapina, con l’aggravante del metodo mafioso. Ma tornando agli scatti «possibilmente da evitare», c’è quello che vede immortalato Luigi Di Maio accanto a Salvatore Vassallo.

Siamo a Cesa (in provincia di Caserta), a novembre del 2016, e Salvatore Vassallo, all’epoca risulta inquisito per reati ambientali. Quest’ultimo è anche fratello del pentito Gaetano (considerato dagli inquirenti l’ex «referente per i rifiuti» della camorra casertana), e il titolare del ristorante «Zì Nicola», dove la delegazione pentastellata si reca a rifocillarsi dopo il comizio referendario per il no.

La foto di Luigi Di Maio
insieme al fratello del pentito,
inquisito per reati ambientali

Insieme a Di Maio, c’è anche la parlamentare Vilma Moronese. L’attuale ministro degli Esteri, si fa dunque scattare una foto con Salvatore Vassallo, e come al solito, lo scatto fa il giro del web scatenando l’ennesima polemica. Ma ci si chiede: gli attivisti di Cesa non potevano evitare di scegliere proprio quel ristorante? Al riguardo, nell’articolo a firma di Vincenzo Iurillo su «Il Fatto Quotidiano», è sottolineato come, su questo argomento, i grillini di Cesa non avessero voluto rilasciare dichiarazioni.

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L’unico a parlare fu Di Maio, che si difese, pressappoco nello stesso modo in cui, nelle scorse ore, ha fatto Salvini. «Sono stato a Cesa lo scorso 2 novembre per un incontro organizzato dagli attivisti del Movimento sul No al Referendum – dichiarò attraverso una nota – Dopo l’evento gli attivisti mi hanno portato a cena in un ristorante della zona. Non conoscevo i proprietari e come spesso accade mi hanno chiesto una foto. Avrò fatto centomila foto in questi anni. Non avevo idea di chi fossero».

Gli scivoloni
e la responsabilità
degli attivisti

Ribadendo che i politici (come tutti i personaggi pubblici) non sono tenuti a chiedere i documenti a tutte le persone che chiedono di farsi una foto con loro, concludiamo con una considerazione: dovrebbero essere gli attivisti (di qualsiasi schieramento) che organizzano logisticamente gli incontri, e che conoscono (si spera) meglio il territorio, ad evitare situazioni «imbarazzanti», o poco piacevoli, ai propri leader di partito.