L'imprenditore Alfredo Romeo
L'imprenditore Alfredo Romeo

È una curiosa coincidenza quella che vede legate le due inchieste napoletane su Alfredo Romeo alla camorra. Perché è inseguendo i clan che la procura del capoluogo arriva all’immobiliarista di Posillipo nel 2008 e, di nuovo, nel 2017. Fascicoli – entrambi – che consentono ai pubblici ministeri di poter servirsi di un armamentario investigativo altrimenti indisponibile per i reati contro la Pubblica amministrazione. Che sono poi i reati che costano, in tutt’e due le circostanze, la libertà a Romeo.

L'immobiliarista Alfredo Romeo
L’immobiliarista Alfredo Romeo

In occasione della prima inchiesta, quasi dieci anni fa, la Direzione distrettuale antimafia s’imbatte nell’imprenditore, passando al setaccio possibili infiltrazioni delle cosche negli appalti per le bonifiche del fiume Sarno, il corso d’acqua super inquinato che taglia le province di Napoli e di Salerno. Il rimbalzo delle intercettazioni telefoniche e ambientali da un target all’altro porta gli inquirenti all’allora provveditore delle Opere pubbliche di Campania e Molise, Mario Mautone, e alla sua rete di relazioni.

ad

La camorra, dopo un po’, scompare dallo scenario giudiziario, ma resta il network politico che ruota attorno al «Global Service», il maxi-appalto di circa 300 milioni del Comune di Napoli, cui è interessata l’azienda di Romeo.

I pubblici ministeri ipotizzano l’esistenza di una «cupola», in grado di orientare le scelte amministrative dell’Ente di Palazzo San Giacomo. Ricostruzione che sarà poi sconfessata dal gup, che proscioglierà tutti gli imputati, e dalla Cassazione, che metterà il sigillo definitivo alla non esistenza del «metodo-Romeo».
Nove anni dopo, va in scena lo stesso copione: John Henry Woodcock e Celeste Carrano iscrivono l’immobiliarista nel registro degli indagati per concorso esterno in associazione mafiosa. Indagando sugli appalti sporchi nel sistema sanitario cittadino, i due magistrati suppongono che Romeo abbia stretto un accordo di «convivenza» col clan Lo Russo nell’ospedale «Cardarelli», dove l’uomo d’affari ha vinto un bando di gara per i servizi di pulizia.

Il pm della Procura di Napoli, John Henry Woodcock
Il pm della Procura di Napoli, John Henry Woodcock

Quali sono le fonti di prova di un capo d’imputazione tanto grave? Finora non se ne sa nulla: pentiti? Non se ne ha traccia. Intercettazioni telefoniche? Pare di no. Che cosa allora? L’indagine è ancora in corso, ma nel frattempo Romeo è stato intercettato con un virus-spia nello smartphone, che ne ha monitorato spostamenti e conversazioni per mesi e mesi. Da questo «rastrellamento» spuntano i 13 incontri tra Romeo e il funzionario Consip Marco Gasparri (dal 3 agosto al 29 novembre 2016), al quale l’imprenditore avrebbe pagato una tangente di 100mila euro per «soffiate» sugli appalti della Centrale unica d’acquisto.

La sede della Consip a Roma
La sede della Consip a Roma

Il fascicolo passa, così, da Napoli a Roma, che dispone l’arresto di Romeo per corruzione. Gli avvocati insorgono e contestano l’utilizzabilità delle intercettazioni ambientali col virus trojan. E la Cassazione, accogliendo parzialmente il ricorso, ha dato loro ragione. I giudici della Suprema Corte hanno infatti sottolineato che «nessun controllo è stato effettuato, pur a fronte di eccezioni gravi e puntualmente formulate, sulla sussistenza dei presupposti di legittimità delle operazioni di intercettazione ambientale». Il collegio del Riesame dovrà quindi svolgere «verifiche sul materiale indiziario emerso dalla operazioni di intercettazione ambientale espressamente utilizzate dal pm a sostegno della propria richiesta ed in seguito valutate dal gip», posto che solo «l’esistenza di associazioni criminali» può giustificare l’utilizzo di mezzi «particolarmente invasivi» come i «captatori informatici». Se le cosche fossero solo un miraggio, crollerebbe tutta l’indagine Consip.

Riproduzione Riservata