Giacomo Leopardi era più cattivo dei trapper di oggi. A un livello poetico più alto, certo, ma non mascherava l’ipocrisia e la rabbia contro le ingiustizie sociali che vedeva. Era il capofila di chi non si sentiva capito dalla vita. E ancora oggi è amato dagli studenti, oltre che per quella malinconia in cui tutti ci siamo riconosciuti, anche perché come lui i ragazzi non capiscono il mondo che hanno davanti“. Roberto Vecchioni, tra i tanti riconoscimenti avuti in carriera, ne aggiunge uno particolarmente prestigioso: il Premio La Ginestra,
assegnato ogni anno a personalità che si siano distinte nell’analisi, nell’approfondimento, nella divulgazione del pensiero e dell’opera di Leopardi. Un riconoscimento, che sarà consegnato questa sera a Torre del Greco (Napoli) e che celebra i luoghi della Campania amati da Leopardi, assegnato per la pubblicazione dell’ultimo album di Vecchioni dal titolo Infinito (uscito a novembre scorso a ridosso del duecentesimo anniversario del componimento), ispirato proprio al poeta marchigiano.

Un premio che mi ha sorpreso e che forse non meritavo nemmeno: c’erano sicuramente studiosi più all’altezza di me. E’ un riconoscimento accademico all’arte. Qualche anno fa ricevetti il Premio Montale, ora quello dedicato a Leopardi: insomma, mica due qualunque“, scherza l’artista-prof, secondo il quale è stata premiata l’originalità della sua opera, dedicata alla vita e all’amore per essa. “Scegliere Leopardi per celebrare la vita poteva sembrare assurdo, ma ho affrontato un Leopardi 2.0, un Leopardi che, chiuso nel suo pessimismo cosmico, sapeva anche ridere o quantomeno sorridere. Soprattutto nel suo periodo napoletano. Anche a scuola, l’ho insegnato partendo dall’assunto che il poeta aveva amore per la vita, ma che questo è stato continuamente tradito. Un modo diverso di guardare alle cose“. L’Infinito è Leopardi, Leopardi è L’Infinito.

 

Nessun’altra poesia è così indissolubilmente legata al suo nome – racconta ancora Vecchioni -. Quella siepe che il guardo esclude, costringe ciascuno a guardare nel proprio cuore“. Considerata da sempre la Cenerentola delle arti, la musica moderna da qualche tempo sembra aver cominciato a pretendere più rispetto. A partire dal Nobel per la Letteratura assegnato a Bob Dylan nel 2016. “Era ora. Dylan con le sue canzoni ha toccato tutti i temi, ma formalmente non è il più bravo in assoluto. Noi italiani siamo più colti, ma non ci conosce nessuno“. Ma meglio un premio accademico o una vittoria a Sanremo (ottenuta nel 2011 con Chiamami ancora amore)?. “Vi stupirò e non dirò che rinnego quella vittoria. Il festival è stato importantissimo per me per far capire a tutti che non ero e non sono un artista di nicchia. Però Montale e Leopardi…“.