Stefano Spiezia, primario di chirurgia endocrinologica dell'Ospedale del Mare

L’INTERVISTA – Il primario di chirurgia endocrinologica dell’Ospedale del Mare, Stefano Spiezia: «Vaccini? Problema di programmazione»

di Germano Del Re

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È passato poco più di un anno dallo scoppio della pandemia e lentamente, a passo di lumaca, cerchiamo di avvicinarci alla luce in fondo al tunnel che – ancora – non si intravede del tutto per quanto siano forti le rassicurazioni da parte della politica nazionale.

Il Covid ha dovuto portare a molte scelte forzate e la sanità campana sta cercando di affrontare il periodo non certo facile al meglio delle proprie possibilità, tra mille affanni e senza qualche polemica come più volte noi di Stylo24 abbiamo segnalato. Affanni e polemiche che non impediscono però di fornire il servizio necessario a chi ne ha bisogno, al di là della situazione storica in atto, come nel caso della chirurgia della tiroide.

Un’eccellenza riconosciuta a livello internazionale, nel panorama della endocrinologia e degli interventi in questo campo, è il dottor Stefano Spiezia, primario del reparto di chirurgia endocrinologica dell’Ospedale del Mare. Il dottor Spiezia ha accettato di rispondere ad alcune domande.

L’attività di chirurgia della tiroide quanto e come ha risentito della pandemia?

«Sicuramente l’attività chirurgica, in generale, ne ha risentito parecchio e si è dovuta adattare al periodo che stiamo vivendo. Possiamo intervenire nei casi più delicati, quelli che necessitano di un’attenzione immediata e rimandare quelli meno urgenti, come da indicazione regionali date in questo periodo. Però c’è da dire che le patologie meno gravi, con il passare del tempo, sono soggette a peggioramenti se non curate e possono diventare di emergenza, costringendo così all’intervento di urgenza».

Lei opera presso l’Ospedale del Mare, più volte messo oggetto di polemiche e critiche. Quali sono le sue attuali condizioni di lavoro all’interno della struttura?

«Fortunatamente riusciamo ad operare quelle che sono le patologie più gravi, come detto, attraverso tutti i dispositivi di sicurezza dati in dotazione dall’azienda e secondo una organizzazione della struttura. Si riesce a garantire percorsi per chi ha contratto il Covid e per chi deve ricevere altri tipi di assistenza, salvaguardando la salute dei pazienti e del personale medico che è sempre a lavoro per garantire il meglio».

Vivendo la pandemia all’interno di una struttura sanitaria in prima linea, quale è la reale situazione che si sta affrontando?

«È una situazione con una grossa responsabilità per noi operatori. È un momento difficile perché la pandemia ha un peso notevole, soprattutto sulle patologie no Covid che non possono essere assolutamente trascurate. Siamo sempre stati molto attenti a tutto, ma questo anno per noi è stato soprattutto di “praticantato” e quindi c’è una maggiore preparazione alle varie situazioni, anche con numeri di contagi alti come in questo momento e ricorrendo a tutti i mezzi necessari messi a disposizione».

Quale è il suo pensiero sulle misure attuate dal governo e sulla questione vaccini? Ad esempio, in Inghilterra, il Covid sembra essere ormai trattato come una semplice influenza dopo la poderosa campagna vaccinale.

«Penso che il problema sia a monte. In Campania sono stati messi a disposizioni molti centri hub vaccinali e tanto personale come gli anestesisti, pronti ad intervenire per qualsiasi necessità.

Noi come personale ce la stiamo mettendo tutta e se ci sono i vaccini, dobbiamo assolutamente vaccinare senza alcuna titubanza. La questione, secondo il mio parere, è sulla programmazione ed il problema è a monte, ovvero non dipende dalle strutture sanitarie, ma è più grande ed è a livello governativo e internazionale.

Il nostro Paese dipende dagli accordi presi con l’Unione Europea che distribuisce i lotti di vaccini ai Paesi membri, mentre negli Stati Uniti, i quali acquistano autonomamente il necessario, si è passati ad una vaccinazione di massa che comprende anche la giovane fascia di età 16-25 anni, mentre da noi si è ancora lontani.

Altro esempio è anche la vaccinazione dei fragili, i quali rischiano più di tutti e vanno protetti, ma non vanno trascurate quelle fasce sociali che possono essere il motore dell’economia già sotto stress psicologico per le chiusure. Fasce che così corronno il rischio di depressione o peggio. Quello che critico, più di ogni altra cosa, è il depotenziamento del ruolo centrale del medico. Molto è passato alla competenza della politica, prendendo scelte assai diverse da chi opera sul campo».

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