La sede dell'Ambasciata italiana a Dar Es Salaam, in Tanzania

Il papà di Layla vive a Portici, la madre della piccola è originaria della Tanzania  

di Giancarlo Tommasone

L’appello di Davide che convive con un incubo: teme che, da un momento all’altro, la madre di sua figlia potrebbe ritornare in Africa, portando la bimba con sé. La piccola si chiama Layla (nome ispirato dal titolo di una hit di Eric Clapton), tra un paio di settimane compirà 5 anni, ed è nata a Stone Town (la parte vecchia di Zanzibar) in Tanzania, anche se risulta regolarmente iscritta nello stato di famiglia della sua nonna paterna (che come Davide, risiede a Portici). Il dieci settembre scorso, al termine di un procedimento imbastito a Napoli, per sottrazione internazionale di minore, il giudice ha decretato che il fatto non sussiste. Sharifa, la madre della bimba, secondo il magistrato non ha commesso alcun reato poiché non ha fatto altro che ritornare (con la figlia) nel luogo di nascita di Layla.

Il processo a Napoli,
il racconto di Davide

Ma per il compagno di Sharifa (e padre di Layla) ci sono molti punti che non sono stati considerati. Per comprendere la storia bisogna andare indietro di qualche anno, nel 2016, quando il fratello di Sharifa, Yusuf residente negli Usa esterna la sua intenzione di pagare per la sorella e per Layla, il biglietto aereo per andare a Zanzibar per un breve soggiorno. «Io e la mia compagna – spiega a Stylo24 il papà della piccola – decidiamo di comune accordo che sarebbe tornata entro un mese dalla partenza, siccome in quel periodo io stavo discutendo un contratto di lavoro con una grande società e quindi saremmo potuti partire insieme e poi per festeggiare sempre insieme, il compleanno di Layla a novembre, e il Natale».

I primi sospetti: il biglietto
inviato dal cognato di Davide

I primi sospetti nascono sul biglietto, perché, continua Davide, «noto solo alcune settimane dopo averlo stampato, che lo stesso non è stato emesso da alcuna agenzia on line o da un tour operator americano come sarebbe dovuto essere, ma da un’agenzia con sede a Zanzibar ed alla luce di questo elemento, ho pensato che dietro ci fosse qualcosa di premeditato». In effetti, Sharifa e Layla partono dall’aeroporto di Capodichino a settembre del 2016, con l’autorizzazione del papà a far imbarcare la minore, e con l’accordo di rientrare in Italia, entro un mese. Ma alla fine non sarà così. Giunta in Tanzania, Sharifa all’inizio manda messaggi, video, e telefona al suo compagno, poi i contatti si fanno sempre più radi, fino a quando si arriva a dicembre del 2016, quando Sharifa decide di chiudere le comunicazioni con Davide.

Fine delle comunicazioni
tra i genitori di Layla

«Dal 5 dicembre del 2016 – racconta il papà di Layla – non ho più avuto notizie di mia figlia e quindi il 12 dicembre decido di contattare il Ministero per gli Affari esteri nella persona di Paola Bonamano (Ufficio IV della Direzione generale per gli italiani all’estero), che mi suggerisce di contattare l’Ambasciata d’Italia a Dar Es Salaam per chiedere una visita consolare e di tentare una mediazione». Il 14 dicembre del 2016, il corrispondente consolare dell’Ambasciata italiana a Zanzibar, Stefano Totisco, rendiconta sempre Davide, incontra Sharifa e «lei stessa gli ha confermato che non era intenzionata a rientrare in Italia. A Zanzibar sono state inviate due notifiche, una solo in italiano e senza traduzione e quindi non valida, ed una seconda che neppure si sa se sia mai arrivata». La donna, però, torna con Layla, in Italia, lo scorso maggio, «anche io rientro per bloccare il passaporto di mia figlia, e per evitare che Sharifa possa ripartire portando con sé la bimba, e attendiamo la celebrazione del processo per sottrazione internazionale di minore». Che come abbiamo visto porta a nulla. Ci sono, secondo Davide, altri elementi su cui bisognava fare maggiore attenzione e chiarezza. «Sharifa sul passaporto rilasciato il 20 aprile del 2005 e scaduto il 19 aprile del 2015, ha come data di nascita il 16 aprile 1986, mentre sul passaporto rilasciato il 14 aprile del 2015 (scadenza 13 aprile 2025) ha come data di nascita il 19 aprile 1986. Sharifa è nata il 16 aprile 1983. Io ho scoperto questi passaporti e la verità sulla data di nascita al nostro rientro in Italia, invitandola immediatamente ad andare all’Ambasciata della Tanzania o a quella del Kenya, essendo Sharifa nata a Mombasa, per correggere l’errore. E anche la firma sui passaporti non corrisponde».

Il giallo dei passaporti

Inoltre, racconta ancora Davide, «Sharifa il 3 novembre del 2015 ha ottenuto per Layla un passaporto della Tanzania senza che io ne sapessi alcunché, né ne avessi fatto richiesta congiunta alla madre. Infatti la piccola è dichiarata Layla Davide, secondo la tradizione locale di far seguire al nome del nascituro quello di battesimo, del padre». E in tutto questo c’è un precedente, che risale al 2015.

Il precedente,
la «fuga» di Sharifa
nel 2015

La coppia è a Zanzibar con la figlia, ma un giorno di settembre «rientrando nell’appartamento che mi era stato assegnato come general manager di un albergo – spiega Davide – lo trovo liberato da quasi tutte le cose che appartenevano a Sharifa e a Layla, salvo che per la culla e pochi altri oggetti. Informandomi col capo della sicurezza dell’albergo, questi mi dice che Sharifa aveva chiamato un taxi e aveva portato Layla con sé ed aveva caricato alcune valigie, aiutata da alcuni dipendenti dell’hotel, che credevano io fossi informato della sua partenza. Cerco di mettermi immediatamente in contatto con Sharifa, ma il telefono è spento. Provo anche ad informarmi con la babysitter di Layla, ma dice che non sa alcunché di quanto accaduto». Davide si rivolge all’Ambasciata e alla fine di settembre del 2015 (una decina di giorni dopo la «fuga» di Sharifa), riesce a riappacificarsi con la sua compagna. Adesso, però, anche in seguito alla decisione del giudice, Davide teme che Sharifa, possa provare a raggiungere di nuovo la Tanzania e naturalmente possa portare con sé Layla. 

I timori di un padre: Sharifa,
in ogni momento, potrebbe scappare
e nascondere la bambina

«Considerando che tra Tanzania e Italia non c’è giurisprudenza, e considerando che Layla ha un passaporto (chiesto dalla madre senza la mia autorizzazione), in ogni momento, Sharifa potrebbe scappare e nascondere la bambina», conclude il papà di Layla.