Luigi Di Maio

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Il conto corrente è intestato al vicepremier Luigi Di Maio e ai capigruppo di Camera e Senato, Francesco D’Uva e Stefano Patuanelli; è quello in cui confluiscono i contributi obbligatori dei portavoce grillini, 2.000 euro a testa al mese, che rappresentano il taglio del costo degli emolumenti, nel solco del brand pentastellato. La misura si è resa necessaria dopo lo scandalo dei bonifici diretti al fondo del microcredito, che da una serie di furbetti, prima venivano eseguiti, e una volta fotografati (per mandare eventualmente la prova dell’inoltro), venivano annullati.

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Per mettere fine a tale stato di cose,
ad agosto del 2018 si è deciso di aprire
un conto corrente da intestare
a un Comitato per la rendicontazione

Che però non è previsto dal regolamento del M5S. Si va avanti così per un po’ di tempo, ma ultimamente, causa le fibrillazioni interne che sembrano essersi moltiplicate negli ambienti grillini, un gruppo di 20 parlamentari (come ha riportato «AdnKronos») ha messo in mora il Movimento e ha fatto scoppiare un altro caso rimborsi. I parlamentari «ribelli», infatti, argomentano: donazioni di un certo volume (2.000 euro calcolati per tutti i portavoce alla Camera e al Senato, fanno una bella somma mensile: 656mila euro) dovrebbero essere riconosciute tali da un atto pubblico che dovrebbe redigere un notaio.

Stando così le cose, invece, affermano sempre i 20 parlamentari, le donazioni effettuate attraverso i versamenti (o bonifici che dir si voglia) verso il conto intestato a Di Maio-D’Uva-Patuanelli sono irregolari. Perché la somma è tanto importante? I «ribelli» si riferiscono all’articolo 782 del Codice civile, che stabilisce la necessità di un atto pubblico (e quindi di quello stilato da un notaio), a meno che non si tratti di donazioni di valore esiguo. Ora, duemila euro a testa al mese (656mila calcolando quelle di tutti i parlamentari grillini), non si possono definire donazioni di poco valore.

Il gruppo dei «ribelli»
e i rimborsi considerati
«irregolari»

Ma in attesa delle evoluzioni del caso e di una eventuale pronuncia sulla irregolarità dei rimborsi, non bisogna dimenticare che la vicenda ha un peso soprattutto politico. Perché in effetti, Di Maio, facendo parte del Comitato per la rendicontazione, e essendo pure a lui intestato il conto dei rimborsi, finisce per avere il «controllo» del denaro. Oltre a ciò, come abbiamo visto, detto Comitato, non è previsto dal regolamento sulle restituzioni del M5S, e rappresenterebbe dunque una forzatura. Una situazione alquanto scomoda, l’ennesima, per il vicepremier e ministro del Lavoro grillino.

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