Il saluto di Peppe Miale a Diego Armando Maradona

PALCOSCENICO AZZURRO Peppe Miale e il saluto a D10S

«Non importa della tua vita, ma cosa hai fatto per le nostre»
(anonimo argentino su striscione, citato da Pep Guardiola il 26 novembre 2020)

E’ difficile. Difficile scrivere. Difficile pensare. Difficile anche il solo esserci. E già questo scava un solco indelebile tra ciò che sono io e per converso siamo tutti noi comuni mortali e ciò che invece è stato e sarà sempre Lui. Il «difficile» in quanto entità che impedisce di andare oltre. L’impossibilità che si accetta intravedendo ostacoli e muri che non possono essere scavalcati né superati. Il «difficile» che diventa alibi dietro cui nascondersi per non percorrere, lottando fino in fondo, la strada che porta al sogno. Il mio sogno. Il qualunque sogno di chiunque di noi. Quel sogno, sia esso un trionfo su un campo di calcio, un oscar del cinema, un raggiungimento di supremazia politica, una donna irraggiungibile, un uomo irraggiungibile,un viaggio su un altro pianeta. Quel Sogno che ognuno di noi prima o poi inevitabilmente si trova ad affrontare, rivolgendosi la fatidica domanda: «Ho fatto abbastanza per coronare il mio sogno?». E quando il cuore sincero sillaba il doloroso no, è allora che la ruspa del rimpianto solca inevitabile il letto in cui da quel momento in poi scorrerà meno tumultuoso e interessante il fiume della nostra vita.

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Diego non conosceva il «difficile». Diego non conosceva alibi. E laddove denunciava un sopruso – un arbitro contro, la federazione internazionale di calcio che cospirava, i cattivi capi di Stato dei mondi occidentali che ordivano contro la sua Argentina e tutti i poveri del mondo – non era per indurre alla comprensione di un fallimento o, peggio ancora,a quella pietas che si regala ai perdenti, ma per gridare al mondo intero e ai nemici tutti che sarebbe tornato più forte ancora e ancora e ancora… E avrebbe provato a vincere. Perché la sconfitta non era una dimensione che gli apparteneva. La conosceva… eccome se conosceva la sconfitta, ma non gli apparteneva.
Il raggiungimento del sogno e ancor di più il mettere in campo tutte le forze possibili pur di raggiungerlo, era nei suoi pensieri e non poteva esserci alcun evento che lo portasse ad arrendersi. La bandiera bianca non era contemplata. No. Quella proprio non la conosceva. Non sapeva cosa fosse.

Il Mondiale del 1986 in Messico e il Napoli condotto al primo scudetto le sue opere d’arte. La sua Cappella Sistina, il suo David, la sua Gioconda, la sua Nona Sinfonia, il suo Thriller… Perché è quella la comunità di Diego. Il consesso che gli appartiene. Quello di Michelangelo, di Leonardo, di Beethoven, di Michael Jackson. Quei geni per i quali la discrepanza tra ciò che sono e ciò che realizzano si fonde in una identità unica e non divisibile. Artisti Sommi che tautologicamente non sono altro che ciò che creano. Uomini Sommi che si definiscono al cento per cento in ciò che fanno, per loro stessi e per l’Umanità intera. E l’Umanità è riconoscente. E piange di disperazione per la loro morte. E piange di gioia nell’ammirare ciò che ancora sono grazie alle opere d’arte che a loro sopravvivono vivendo in eterno.

Di Lui si è spesso detto che nel rettangolo di gioco fosse un Dio, a differenza degli altri momenti in cui era un uomo normale, per molti anche sbagliato. Mai luogo comune ebbe cittadinanza più radicata nel territorio delle banalità e del falso. Per un calciatore, fosse anche il più bravo di tutti i tempi quale pure Diego è sicuramente stato, non potrebbero scorrere tutte le lacrime che in queste ore rigano le guance di milioni di persone. Per un uomo, fosse anche fra i più importanti degli ultimi cento anni di storia quale Diego sicuramente è stato, il mondo non riuscirebbe per qualche giorno a dimenticare la terribile pandemia che l’accompagna da undici mesi. Né per un calciatore né per un uomo potrebbe accadere ciò che sta accadendo nel mondo dalle 13 e 02 del 25 novembre 2020, ora di Buenos Aires. Può accadere solo e soltanto se a lasciarci fisicamente per sempre è un fratello. Ecco. Diego per il mondo dei buoni e dei belli è stato un fratello. E’ stato il fratello di tutti gli argentini belli e buoni.

E’ stato il fratello di tutti i napoletani belli e buoni. E’ stato il fratello di tutti gli esseri umani belli e buoni che riconoscono e amano la Bellezza.  Ecco. Se ripenso ad ogni momento della mia vita in cui Diego mi ha sfiorato, anzi faccio fatica a pensare ad un attimo in cui non ci sia stato, credo che ogni sacrosanta volta che io abbia detto «Che bello!». Certo i gol, certo gli assist, certo le infinite opere d’arte che ci ha regalato ogni benedetta domenica, certo il 10 maggio 1987, certo tutto quello che YouTube ci può restituire, ma anche e sempre le sortite improvvise nella vita di ognuno dei belli e buoni di cui sopra.

Come dimenticare che, nell’aprile del 2018, mentre festeggiavamo ubriachi di gioia un gol di Kalidou Koulibaly a casa dei rivali di sempre, non ricordo da quale lontano rifugio del mondo Lui postò una foto con la maglia di Kalidou tra le mani e il meraviglioso sorriso che ne facevano uno degli uomini più belli che abbia mai visto. No! Decisamente il più bello!Come dimenticare che solo con una foto ci commosse perché ancora una volta era uno di noi, anzi no, era come se fosse con noi, anzi no, Lui era Noi. E’ stato Noi fin dal primo momento in cui l’abbiamo conosciuto. Era talmente Noi che se lo sapevamo felice, anche noi lo eravamo. L’Argentina biancazzurra (i colori sono quelli…) èdiventata l’approdo dei nostri pensieri amorosi perché sapevamo che un gol di un Batistuta o di un Messi lo avrebbe fatto sorridere. E avremmo sorriso anche noi.

Ricordo un pomeriggio del 1989, credo fosse un Napoli-Torino, al fu Stadio San Paolo. Contemporaneamente al Foro italico di Roma si giocava la finale degli Internazionali d’Italia di tennis. I due sfidanti erano lo statunitense Andrè Agassi e Alberto Mancini, manco a dirlo argentino che aveva tra i suoi tifosi più sfegatati Diego. Noi lo sapevamo, e come noi lo sapeva l’anonimo addetto alle scritte sul maxi schermo dello stadio. Ebbene, quelle scritte che sempre guardavamo speranzosi perché ci segnalassero un gol segnato da chicchessia contro la Juventus o il Milan o l’Inter, alle 17 di quel pomeriggio comunicarono che Alberto Mancini era il nuovo campione degli Internazionali d’Italia. Era l’unico modo con cui si poteva far giungere la notizia a Diego che nel frattempo in campo matava i torinisti. E Diego lo lesse e cominciò a saltellare felice ed esultante, e tutti i ventimila stipati attorno a me in Curva A lo lessero e cominciarono ad essere felici ed esultanti, ed io lo lessi e cominciai ad essere felice ed esultante. Io, che per tutta la settimana del torneo avevo fatto il tifo per Agassi. Ma io ero Diego. E Diego era me.

Grazie Diego per ciò che sei stato, per ciò che sei e per ciò che sarai.
Ti prometto che non ti tradirò. Ti prometto che fino all’ultimo giorno della mia vita lotterò per il mio Sogno.
«CHE BELLO!».

Peppe Miale

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