Procedure troppo lente.

Per devastare, alla natura bastano pochi secondi. Anni, invece occorrono all’uomo, per tornare alla normalità nelle zone sconquassate dai terremoti. Soprattutto in Italia, ancora più lunghi i tempi se si tratta del Centro o del Sud della Penisola. Un esempio su tutti? A più di 39 anni dal sisma in Irpinia, ci sono ancora zone in cui si vive all’interno di villaggi di roulotte e casette prefabbricate, allestiti dopo il 23 novembre del 1980. Gente che è nata, cresciuta, si è sposata, ha avuto figli e continua a passare la propria esistenza in abitazioni di legno e lamiere di ferro. E le cose non sembrano cambiare, rispetto alla lentezza degli interventi, per gli ultimi disastri naturali che si sono verificati sul territorio nazionale. È sufficiente guardare lo stato delle ricostruzioni dopo i terremoti di Ischia (agosto 2017), del Centro Italia (agosto 2016) e de L’Aquila (aprile 2009). Colpa delle procedure lente, nonostante l’iter per gli interventi si sia esaurito. E colpa soprattutto dei soldi che ci sono solo sulla carta.

L’isola verde messa in ginocchio dal sisma

Si prova ad accelerare il percorso di ricostruzione nella zona rossa di Ischia. Sull’isola il dazio maggiore è stato pagato soprattutto nei comuni di Casamicciola e Lacco Ameno. A novembre scorso l’approvazione del Decreto Sisma ha dato speranze agli abitanti dell’isola verde, speranze quanto meno di abbandonare gli alloggi in cui vivono adesso. Le famiglie sfollate, a più di due anni di distanza dai fatti sono un migliaio (1.600 persone in totale). Ottocento nuclei vivono in affitto (grazie ai contributi di autonoma sistemazione), altri 200 sono invece ospitati presso cinque alberghi. Ma a crollare non sono state solo le case, sono andati a picco anche gli introiti per le piccole e medie attività imprenditoriali (92 aziende chiuse o trasferite), che da quelle parti si strutturano principalmente sul turismo. Si calcola che il danno subito dall’economia ischitana si attesti su picchi del 60%.

I gestori di bar, ristoranti, ma anche di alberghi hanno dovuto smettere di lavorare, e alla ripresa, lentissima, hanno dovuto per forza di cose tagliare il personale. A Lacco Ameno, l’allarme è venuto direttamente dal primo cittadino, Giacomo Pascale, che ha fatto intendere chiaramente come l’emergenza fosse passata, ma di cantieri non ci fosse neanche l’ombra. Gli interventi di messa in sicurezza, terminati un anno e mezzo dopo il sisma, sono costati 18 milioni di euro. Adesso la palla, dal commissario Giuseppe Grimaldi, è passata a Carlo Schilardi. Quest’ultimo ha parlato di accelerazione per gli interventi. «Oggi abbiamo un piano preciso delle aree colpite dal sisma, adesso possiamo pianificare». E ha ribadito: «Stiamo aiutando gli sfollati che hanno preso case in locazione e sono stati stanziati pure fondi per le aziende». E sulla riedificazione delle case (1.300 gli immobili da ricostruire o risanare), il commissario si è così espresso: «Con le nuove tecniche a disposizione si potrà riedificare anche in zona rossa, non c’è bisogno di delocalizzazione». Agli annunci, però, non seguono ancora i fatti e le opere di ricostruzione avanzano a «passo» di lumaca. Le procedure lente, la burocrazia, e la stessa politica, giocano un ruolo fondamentale rispetto ai lavori. Stessa cosa si dica per le zone del Centro Italia, quelle ferite dal terremoto del 2016.

Centro Italia, il silenzio oltre la siepe

A circa tre anni e mezzo dal sisma che ha praticamente cancellato Amatrice, Accumoli, Arquata, Pescara del Tronto, la situazione continua ad essere di stallo sul versante della ricostruzione. A dipingere un quadro assai tragico, è il commissario straordinario Piero Farabollini, che alla fine dello scorso anno ha snocciolato dati che fanno inevitabilmente riflettere: solo il 2,4% dei lavori finiti per i danni lievi; addirittura lo 0,1% per quelli gravi. La ricostruzione, è un classico per il Centro e il Sud della Penisola, ha bisogno almeno di 3 o quattro anni per essere principiata. Stiamo parlando di opere da cominciare su un territorio vastissimo, 138 i comuni nel cratere, 291 fuori. In totale fanno quasi 430 centri su cui intervenire. In più di 40 mesi colpisce anche il volume di detriti ancora da raccogliere: ne mancano 600mila tonnellate su 2,5 milioni.

Quindi, in effetti, si può dire che non è stata esaurita nemmeno la fase della messa in sicurezza, da cui ripartire per la ricostruzione. Mancano, tra l’altro i tecnici, che rappresentano le figure necessarie per poter ripartire e cercare di tornare alla normalità. Che è diventata una chimera ad Arquata del Tronto, piccolo comune marchigiano in provincia di Ascoli Piceno. Il tempo si è fermato al 24 agosto del 2016. Il paese non c’è più, quel che resta delle case sono spettri di strutture che fanno intravedere particolari di una vita che ormai è lontana. Arquata del Tronto, oggi è ridotta a una zona rossa, un presidio militare, perlopiù. Per le strade sono ammassate ancora oltre 100mila tonnellate di macerie.

L’Aquila che non riesce a volare

I ritardi nella ricostruzione interessano anche L’Aquila, a dieci anni e nove mesi dal sisma che devastò la città, e causò oltre 300 morti e migliaia di feriti. Nei giorni scorsi il sindaco Pierluigi Biondi ha scritto al premier Giuseppe Conte per sottolineare le difficoltà che si continuano a vivere per trovare la perduta normalità. Biondi ha sottolineato come oggi L’Aquila «assume i contorni di un modello a cui gli italiani e il Paese possono guardare con orgoglio», anche se il primo cittadino non nasconde «l’amarezza per l’approvazione di un insufficiente Decreto Sisma, in cui non c’è traccia delle semplificazioni richieste e delle norme per il personale che da 10 anni vive in condizioni di incertezza rispetto al proprio futuro lavorativo». Per ripartire ci sarebbe bisogno di 4 miliardi di euro. Ma, al momento, sarà abbastanza difficile, se non impossibile reperirli da parte del Governo. La cosa, però non va per niente giù ai comitati, che da anni lottano per la ricostruzione e per tornare alla normalità. Sia a quelli aquilani, che a quelli nati dopo il sisma del Centro Italia del 2016. «Genova avrà il suo ponte nel giro di 20 mesi, si trovano le risorse per aiutare Venezia e salvarla dalle acque. E qui, invece, ci sono ancora le macerie per strada e siamo all’anno zero», sottolineano gli attivisti.