venerdì, Maggio 20, 2022
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Le mani dei clan della camorra sul Reddito di inclusione

di Giancarlo Tommasone

In Campania è boom di richieste per accedere al sussidio Rei (reddito di inclusione). Nella nostra regione, prima in Italia nella classifica provvisoria, in un mese ne sono state presentate ben 16.686: un numero considerevole pervenuto all’Inps nel periodo che va dal primo dicembre 2017 al 2 gennaio 2018. Ma se da un lato c’è da registrare il dato allarmante circa le condizioni di precarietà in cui versano molte famiglie campane, dall’altro c’è pure da sottolineare il rischio che i clan nostrani abbiano già potuto attivarsi affinché propri familiari accedano al «finanziamento».

Del resto accadde già con il cosiddetto Reddito minimo attuato dalla Regione Campania nel 2004. In tale occasione, infatti, pervennero diverse richieste da parte di persone legate da stretta parentela ad esponenti di organizzazioni criminali operanti in diversi quartieri di Napoli. Non è quindi da escludere l’ipotesi che presso i Caf arrivino, anche per quanto riguarda il Rei, domande di parenti di affiliati. Del resto, a ben guardare, tra le caratteristiche necessarie – fissate da una circolare diffusa ai Caf cittadini – per accedere al sussidio, sono contemplati soltanto fattori economici che comprovino la difficoltà dei nuclei e non si deve certo presentare il certificato relativo alla fedina penale.

C’è quindi la possibilità concreta che chiunque faccia parte di quel range dettato dal reddito, possa provare a farsi attribuire il contributo. La cronaca ci insegna che molti malavitosi e i componenti delle proprie famiglie siano ufficialmente e nei confronti dell’Agenzia delle entrate, dei nullatenenti. Nulla di dichiarato, reddito zero, disoccupati, ma che di contro possono usufruire di proprietà immobiliari intestate a prestanome. Stessa cosa dicasi per l’ampio parco auto di cui hanno spesso disponibilità. E per non parlare del tentativo che potrebbero addirittura compiere boss della camorra. Una delle nostre ultime inchieste, Fare il camorrista non conviene, ha fatto luce sulla precarietà economica in cui si trovano molte persone legate ai clan. Da quanto emerse, invece, dall’ordinanza che alla fine dello scorso anno ha interessato un’organizzazione criminale di San Giorgio a Cremano, il boss Ciro Troia alias Gelsomino, avrebbe provato a fingersi insano di mente per percepire la pensione di invalidità.

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