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di Giancarlo Tommasone

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Una sentenza che fa storia, oltre che giurisprudenza, quella emessa da un Tribunale italiano. I giudici hanno condannato il titolare di una società che secondo l’accusa, avrebbe invaso il sito Tripadvisor con oltre mille recensioni false, redatte dietro compenso di esercenti compiacenti.

I «pacchetti» relativi ad alberghi,
ristoranti e bed&breakfast tessevano
in maniera del tutto «farlocca» le lodi
delle strutture, e indirizzavano
verso le stesse, turisti provenienti
sia dall’Italia
che dal resto del mondo

Un business di tutto rispetto, interrotto dalle indagini e poi dalla condanna inflitta dal Tribunale penale di Lecce. Il titolare dell’azienda in oggetto ha pagato a duro prezzo il presunto illecito, incassando una condanna a 9 mesi di reclusione e una penale da pagare di circa ottomila euro.

Le strutture indebitamente aiutate sono state «retrocesse»,
spedite nelle parti basse delle speciali classifiche del sito

I responsabili di Tripadvisor,  forse la community di viaggi più conosciuta al mondo, si sono costituiti parte civile nel procedimento. I riflettori si sono accesi su detta società, nel 2015. Oltre a una squadra investigativa interna proprio di Tripadvisor, è scesa in campo anche la Polizia Postale. L’accusa contestata è quella di aver scritto e diffuso, dietro pagamento, recensioni false, utilizzando inoltre falsa identità. La condanna è stata comminata a giugno scorso, ma soltanto nelle scorse, la community di viaggi ha diffuso la notizia dal proprio sito. La sentenza rappresenta un notevole precedente e apre la discussione su un tema, del quale si è occupato ampiamente la nostra testata: quello della visibilità attraverso le recensioni.

La guerra sotterranea tra i pizzaioli

Stylo24, nel corso di un’inchiesta a puntate, ha, infatti, descritto la «guerra sotterranea» che si combatte a Napoli (ma anche nel resto della Campania con focolai importanti nella Penisola) tra le due principali categorie di pizzaioli: i cosiddetti «Puristi», che si attengono al Disciplinare e che utilizzano farina doppio zero, e gli «Eterodossi», quelli, cioè che per produrre la pizza, usano farina integrale o semi-integrale. A parte la qualità, ciò che sposta gli equilibri (e i clienti verso le pizzerie di un determinato brand), è proprio la forza mediatica delle singole attività. Forza espressa attraverso il maggior numero di pubblicità e recensioni positive che si riesca a far comparire su giornali e siti web specializzati. Al momento può contare su una copertura mediatica di gran lunga maggiore e sul consenso mainstream la categoria dei Puristi.

E’ in atto la guerra sotterranea dei pizzaioli

La denuncia: un mini-esercito reclutato per scrivere
recensioni negative contro la concorrenza

A discapito proprio degli Eterodossi, che rimangono costantemente fuori dal circuito mediatico. Una vera e propria «guerra», quella emersa dall’inchiesta di Stylo24. Una guerra che arriva a far combattere nelle fila dei singoli eserciti, blogger, food influencer, sedicenti critici e «giornalisti del gusto», spesso reclutati nel sottobosco della comunicazione dell’agroalimentare. «So di chi, anche investendo molto, ha arruolato un ‘mini esercito’ di persone che lavorano nel campo della comunicazione, per far scrivere recensioni negative contro i concorrenti», rivelò lo scorso giugno un pizzaiolo, nel segnalarci l’esistenza di questa realtà.

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO

In relazione alla vicenda giudiziaria Promosalento – Tripadvisor, i legali del signor Simone Calabrese, titolare dell’omonima ditta corrente in Patù (Le), proprietario del marchio d’impresa PROMOSALENTO e responsabile del portale WWW.PROMOSALENTO.NET, precisano quanto segue:
«Il nostro cliente, al pari dell’azienda dal medesimo gestita, è del tutto estraneo alla vicenda giudiziaria pubblicata sulla V.sa testata giornalistica ed afferente alla sentenza di condanna disposta dal Tribunale Penale di Lecce nei confronti del titolare di un’azienda denominata “PromoSalento” per truffa e vendita di recensioni false diffuse sul portale on line TripAdvisor.
Trattasi di un caso di omonimia, ovvero di utilizzo fraudolento e non autorizzato del marchio, che ha determinato – e continua a determinare – conseguenze negative a carico del signor Calabrese».

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