di Francesca Iervolino

Almarina” è il titolo del romanzo di Valeria Parrella, uscito nel 2019 per Einaudi Supercoralli. Il breve volume narra la storia di Elisabetta Maiorano, insegnante cinquantenne che svolge il suo ruolo educativo presso il Carcere minorile di Nisida, isolotto che si affaccia nelle acque blu cobalto del Mediterraneo. La donna insegna matematica ai giovani ospiti del carcere, ragazzi con un passato difficile alle spalle ma con un futuro ancora tutto da costruire. Non è un mestiere semplice o, quantomeno, non è il classico mestiere dell’insegnante tipico che tutti immaginano: i ragazzi sono problematici, restii ad aprirsi e perennemente in conflitto con loro stessi e la società. Ma ad Elisabetta il ruolo di insegnante nel Carcere di Nisida piace e, ogni giorno, varca la soglia dell’imponente costruzione in tufo con la consapevolezza che da lei dipende il reinserimento e la rinascita dei suoi giovani allievi.

Sento che finalmente mollerò gli ormeggi da quella vita di usura che mi è capitata. Come ciascuno che entri a Nisida torno libera, torno bambina.” Un giorno arriva in aula la giovane Almarina Luchian –(“possedeva la luce del futuro negli occhi”)-, sedicenne di origini romene che porta incisi sulla pelle come un marchio i segni di un passato terribile-(“il padre la violentò e la rovinò di mazzate”)-. Tra Elisabetta e Almarina si stabilisce immediatamente una connessione, un’affinità di anime: per l’insegnante, Almarina rappresenta l’immagine esteriorizzata della figlia che non ha mai avuto o voluto, per la giovane invece Elisabetta rimanda alla figura materna, dolce e accogliente, che ha perso ormai da tempo. Il legame che si stabilisce tra le due travalica dunque quello di alunna/insegnante: sono due solitudini che si incontrano, si abbracciano, si illuminano.

E’quasi una storia d’amore raccontata con una scrittura secca, concisa e immediata: Valeria Parrella emoziona e cattura il lettore sin dalle prime pagine, coinvolgendolo nella narrazione con estrema e delicata naturalezza. “Almarina” è un libro intriso di poeticità e di dolore, di speranza, di vuoti e di perdite ma anche e soprattutto di espiazione e rinascita, rappresenta nel complesso un inno alla vita, scevro da inutili fronzoli o becere constatazioni. Questo libro tuttavia è molto di più: costantemente riflessivo e fortemente introspettivo, indaga quasi con brutalità sulla società e sul sistema carcerario, analizza la “giustizia” che è non sempre “giusta”, si domanda sui suoi tempi lunghi e debilitanti; sullo sfondo una Napoli estranea, vista da un’altra prospettiva, quella del carcere appunto, che assomiglia più ad un miraggio lontano. Elisabetta ci conduce nella sua vita solitaria e, guardando il proprio passato da un’altra prospettiva, rimescola i ricordi sotto una luce più autentica e cruda.

L’insegnante considera i suoi alunni come figli e -“io penso sempre che ce la possono fare tutti. Pure quelli che tengono la merda al posto del cervello e vogliono, desiderano morire sparati, quelli che non vedono l’ora di tornare per strada, io penso sempre che ce la possono fare tutti”- crede, spera in loro. Non li considera come fiori recisi destinati ad appassire prima del tempo, al contrario, ognuno di loro rappresenta un seme che, se piantato in un terreno nuovo e più fecondo, può ancora dare frutti meravigliosi. “La nostra speranza, credo, è che quel giorno, ora lontano, in cui avranno scontato tutta la pena, tornerà loro nelle mani questa chiave, e degli archivi spalancati voleranno fogli bianchi senza più inchiostro sopra, immacolati, come il bucato steso sopra alle terrazze”.

Quello di Elisabetta, di Almarina e degli altri ragazzi è un futuro ancora da vivere, una storia tutta da riscrivere, “perché ci vuole un sacco di tempo, o una poesia perfetta, per dire davvero le cose come stanno.