Le indagini, la camorra stabiese

di Francesco Vitale

Inchiesta sul monopolio delle pompe funebri a Castellammare di Stabia e sui presunti rapporti tra imprenditoria e il clan D’Alessandro, la relativa operazione delle forze dell’ordine ha portato all’arresto di sei persone. In cella è finito Alfonso Cesarano (classe 1958), considerato dagli inquirenti, il titolare di fatto della società su cui si sono concentrate le indagini. Fondamentale supporto all’inchiesta è rappresentato dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, che hanno aiutato a delineare un quadro ulteriormente chiaro della situazione. Sulla figura di Cesarano, è stato chiamato a riferire anche il pentito Raffaele Polito. Quest’ultimo è un ex «gregario del clan D’Alessandro ed ha fatto parte del commando che uccise, il 3 febbraio del 2009, a Castellammare di Stabia, il consigliere comunale Luigi Tommasino».

Le dichiarazioni del collaboratore di giustizia /
«Alfonso Cesarano si metteva a disposizione del clan»

«Raffaele Polito – è scritto ancora nell’ordinanza a firma del gip Giovanna Cervo – riferiva (il 3 ottobre del 2011) in merito all’amicizia tra Renato Cavaliere (anche lui, poi passato a collaborare con la giustizia) e Alfonso Cesarano. Polito riferiva peraltro che Alfonso Cesarano metteva a disposizione del clan D’Alessandro l’hotel Europa (ubicato a Castellammare), di sua proprietà. L’hotel era infatti una delle sedi dove il clan D’Alessandro svolgeva riunioni e, come riferito dallo stesso Polito, ove custodiva armi». In particolare, il collaboratore di giustizia fa mettere a verbale: «Non ho mai visto fisicamente (Alfonso Cesarano, ndr), in una sola occasione Renato Cavaliere mi mandò giù alle pompe funebri per chiedere al predetto Alfonso Cesarano la disponibilità dell’albergo Europa. Renato Cavaliere era molto amico di Cesarano, con il quale si incontrava anche riservatamente presso il medesimo albergo Europa».

Polito ricostruisce
i rapporti tra il clan
e l’imprenditore

Rispetto al rapporto tra Cavaliere e Cesarano, Polito sottolinea:  «Peraltro, che ci fosse uno stretto rapporto tra i due, era evidente visto che spesso ci appoggiavamo all’albergo Europa. Infatti ci appoggiavamo (anche) per stare “tranquilli” in quanto in quel periodo spesso eravamo ricercati dalle forze dell’ordine e , in una occasione, vi ha trovato rifugio anche Antonio Lucchese, latitante in quanto ricercato dai carabinieri per una estorsione consumata ai danni di un ristorante».

Le intercettazioni / Il sistema stabiese del «caro
estinto», l’imprenditore: qui siamo amici degli amici

Raffaele Polito rendiconta anche in merito alla circostanza, come si sapesse, «nel nostro ambiente (criminale), che l’hotel Europa (fosse) nella disponibilità della famiglia Cesarano delle pompe funebri ed infatti all’interno vi lavorava Maria D’Alessandro, figlia di Luigi». «Quando andavamo all’albergo Europa, di solito c’era solo il portiere che ci dava le chiavi delle stanze – racconta ancora il pentito – Non sono mai andato a riscuotere estorsioni presso il titolare delle pompe funebri di Castellammare, non so se era vittima di estorsione ma non ne ho mai sentito parlare (…) In quel periodo, parliamo dell’anno 2008, fino ad un certo periodo del 2009, dormivamo spessissimo (all’albergo Europa). Peraltro, quando hanno arrestato all’interno di quell’albergo, Antonio Lucchese, vi era anche Renato Cavaliere che riuscì a scappare trovando appoggio in provincia di Siena».

Il pentito / «Il monopolio dei funerali
a Castellammare è in mano ai Cesarano»

Quali le modalità seguite quando nell’albergo sarebbero stati ospitati gli affiliati al clan D’Alessandro? «Quando andavamo all’interno dell’albergo, la struttura veniva chiusa per noi: noi non venivamo registrati, rimaneva il portiere di guardia, ma non aveva accesso nessun altra persona. Infatti, quando sapevamo che alcune stanze dell’albergo erano già occupate, il portiere ci avvisava di non andare», dichiara il collaboratore di giustizia.

L’arma nascosta
nella stanza d’albergo

Che parla anche di un’arma: «Dopo l’arresto di Antonio Lucchese, avvenuto all’interno di quella struttura alberghiera, il predetto albergo era oggetto di indagine da parte dei carabinieri. Nei giorni che seguirono, su indicazione di Renato Cavaliere, mi recai nuovamente all’albergo per prelevare un’arma, una pistola calibro 7.65 che era del clan, che avevamo lasciato incustodita in una delle stanze dell’albergo e che i carabinieri non avevano trovato, perché si trovava all’interno di una stanza adiacente a quella dove era nascosto Antonio Lucchese».