giovedì, Agosto 11, 2022
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Raffaele La Capria e la sua Napoli: «stare dentro una ferita mortale»

di aemme

“Non gli riusciva, non poteva. Il napoletano che vive nella psicologia del miracolo, sempre nell’attesa di un fatto straordinario tale da mutare di punto in bianco la sua situazione. L’aspetto ambiguo dell’umanità del napoletano con la sua antitesi di miseria e commedia, di vita e teatro. Le due Napoli, una la montatura e l’altra quella vera. La Napoli bagnata dal mare e quella dove il mare non arriva, il Vesuvio e il contro-Vesuvio. Eccetera eccetera. Noo, non gli riusciva. Passano il tempo a coccolare e calcolare mistificazioni del genere, a venderle al maggiore offerente, a chiedere comprensione e ammirazione come se esigessero un credito, con un’aria imbarazzata e altezzosa. Non gli riusciva. Scontano un destino più forte di loro, pagano anche per gli altri napoletani la colpa di aver fatto di se stessi una leggenda. Di sfruttare questa leggenda. Di crederci, di nutrirla con la propria vita. Di cercare in essa l’assoluzione da ogni condanna, il riposo della coscienza inquieta, l’enorme straripante indulgenza della Gran Madre Napoli. La Gran Madre? Di’ la Gran Gatta piuttosto, che alla fine se li pappa senza nemmeno dargli il tempo di aprire gli occhi sopra il mondo. Che noia però questa Napoli usata come allegoria morale, come categoria dello spirito! Miti da intellettuale medio. Anche l’idea della Foresta Vergine allora è tipica; e così anche Gaetano, dopotutto, rientra nello schema”.

La Capria, un breve passo tratto da «Ferito a morte»

Prendiamo in prestito le parole di Raffaele La Capria. Sono tratte dal suo più celebre capolavoro, “Ferito a morte”. Qualcuno può anche storcere il naso, ma proprio attraverso le pagine di quest’opera – e finanche in queste poche righe qui condivise – l’autore ci parla, con estrema tenerezza, di quell’abisso ammantato di stelle che è la nostra Napoli. Morto La Capria, oggi, gli intellettuali partenopei rinfrescano (con la pigrizia di sempre…) un antico adagio, diciamo pure un onanismo intellettuale: la questione dell’essere napoletani. Una roba francamente oziosa.

La Capria e la questione della napoletanità

Una decina di giorni fa il sindaco Manfredi, prima di fare un passo indietro (e meno male), ha varato il nuovo regolamento della sicurezza urbana. Nella città presidiata da ziqqurat di monnezza, dove ancora si muore per colpa dei proiettili vaganti, Manfredi ha vietato i panni stesi sui balconi e le partite di pallone per strada. Abbiamo dunque la risposta. Essere napoletani è concepire l’esistenza come narcotizzata dentro una ferita mortale. La Capria viveva dal 1950 a Roma ma aveva sempre raccontato Napoli, “una città che ti ferisce a morte o t’addormenta, o tutte e due le cose insieme”. Non lo dimenticheremo.

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