Raffaele Cutolo e Giovanni Pandico (nel riquadro)

LA STORIA DELLA CAMORRA / Il pentito della Nco, quindici giorni prima era stato colpito dal lutto della madre, fatta saltare in aria con una bomba posizionata sotto il container in cui viveva

di Giancarlo Tommasone   

Il boss della Nco, Raffaele Cutolo, lo ha più volte definito «un pazzo mitomane… un semplice scrivano… uno che si credeva di essere me». Cutolo parlava, in termini, non certo lusinghieri, di Giovanni Pandico, uno dei pentiti della Nuova camorra organizzata, famoso soprattutto, per essere passato alle cronache giudiziarie (insieme a Pasquale Barra e a Gianni Melluso) come uno dei falsi accusatori di Enzo Tortora. Pandico è detenuto nel carcere di Campobasso, e ha perso la madre da appena 15 giorni, la donna è morta in seguito all’esplosione del container in cui viveva, con due fratelli del pentito e una nuora. Ciononostante trapela dal penitenziario in cui si trova l’ex cutoliano, che il collaboratore di giustizia è pronto a dare alle stampe un libro, «Il Vangelo di Pandico».

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E’ il 3 giugno del 1985. Secondo quanto si riesce a ricostruire all’epoca, il volume scritto nel corso della detenzione, avrebbe raccolto le memorie dell’ex scrivano del boss di Ottaviano. Lo abbiamo sottolineato in altre occasioni – sul riscontro di quanto emerge da inchieste della magistratura -, a Pandico piace stare al centro della scena, piace che si parli di lui, e per tale motivo non disdegna di inviare lettere aperte ai quotidiani.

Il profilo
psicologico
del «pazzo»

Non si ferma, in questo atteggiamento che in alcune perizie è catalogato come «patologico, espressione di un esteso narcisismo, manifestazione di mitomania», nemmeno quando è da poco colpito da un lutto gravissimo, come la morte della madre. Intorno alle quattro di notte, del 3 giugno del 1985, infatti, Francesca Muroni, 65 anni, è investita da una esplosione, muore sul colpo. La «nuora», sbalzata sul tetto della costruzione, è ferita, ma se la cava, nessuna conseguenza, invece, per i fratelli di Pandico. Uno si trova all’interno del container ed è miracolosamente illeso perché sta guardando la televisione nella zona opposta rispetto all’epicentro della deflagrazione. L’altro non è nella «casetta» prefabbricata, quando si registra lo scoppio. Il container è posizionato in un’area di Liveri (centro al confine con l’Avellinese) allestita per i terremotati, colpiti dal sisma del 1980. Ci vivono 15 famiglie. Partono immediatamente le indagini sull’accaduto, e subito si riesce a risalire alla causa dell’esplosione. I carabinieri accertano che a provocarla sia stata una bomba posizionata sotto il container. Non fu possibile raccogliere alcuna testimonianza utile alle indagini. Nel campo container, in Viale Santa Maria a Parete, nessuno tra gli abitanti disse di aver visto gli attentatori o di aver sentito qualche rumore sospetto. Lo stesso fratello di Pandico, riferì ai carabinieri che, nel momento dello scoppio, era sveglio. «Stavo guardando la televisione, ma non ho avvertito alcun rumore sospetto provenire dall’esterno», disse.

La rivendicazione dell’attentato
da parte delle fantomatiche
Brigate camorristiche
controcorrente Casillo

Anche in questo caso, come spesso avveniva quando si verificava un evento del genere, non mancò la telefonata di rivendicazione, da parte di un sedicente gruppo camorristico, agli organi di stampa. La stessa sera dell’attentato uno sconosciuto, sostenendo di parlare a nome delle Brigate camorristiche controcorrente Casillo (si riferì evidentemente al luogotenente di Cutolo ucciso con un’autobomba, qualche anno prima), minacciò altre rappresaglie se i pentiti non avessero ritrattato.

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