Raffaele Cutolo nelle camere di sicurezza del Tribunale di Napoli

di Giancarlo Tommasone

Il pentito Giovanni Pandico è conosciuto come l’accusatore principe di Enzo Tortora. Come colui che ha gettato fango e ha contribuito, attraverso le sue astiose e fasulle dichiarazioni ad annullare la vita di un uomo, l’esistenza del presentatore televisivo genovese.

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Un errore giudiziario dalle ricadute pesantissime quello commesso
dai giudici che accolsero come oro colato le parole di un criminale.

Il collaboratore di giustizia faceva parte della Nco di Raffaele Cutolo, ma aveva un ruolo più che marginale all’interno dell’organizzazione, era a conoscenza di fatti secondari.
Lo dicono le sentenze e lo confermano anche le dichiarazioni di altri pentiti, tra cui Pasquale Barra (che pure accusò ingiustamente Tortora), e dello stesso padrino della Nuova camorra organizzata.

«Pandico era un cialtrone», afferma Cutolo rispondendo alle domande del proprio avvocato, Antonio Della Pia. Siamo a Napoli, nel corso di un’udienza del processo imbastito per il rapimento dell’assessore regionale Ciro Cirillo, è il 1989.
«Quindi non poteva sapere niente della trattativa Cirillo, perché in quel periodo, in carcere, ad Ascoli Piceno, Pandico non c’era. Ha fatto morire Tortora, non lo dimentichiamo. Escludo tassativamente che abbia prodotto lui il falso documento», dichiara il boss di Ottaviano, riferendosi allo scritto fasullo, poi pubblicato dall’Unità, che tirava in ballo l’allora ministro Vincenzo Scotti, indicato in quelle carte contraffatte, come colui che andò a trattare con la Nco, la liberazione di Ciro Cirillo.

Si chiede ancora a Cutolo, che tipo di rapporti avesse avuto
con Gino Rotondi, ritenuto l’autore materiale del suddetto documento.

«Non l’ho mai conosciuto, poi non avrei potuto avere contatti con questo Rotondi – risponde il boss di Ottaviano – perché era un confidente dei carabinieri. Figuriamoci un po’. Escludo che Rotondi avesse rapporti con la Nco, ma presumo che conoscesse Vincenzo Casillo, perché Rotondi era di Avellino, e lì abitava anche Casillo».

La domanda dell’avvocato Della Pia è orientata a far risultare eventualmente una circostanza, quella che in realtà Rotondi
avesse rapporti non con la Nco, ma con i Servizi.

La discussione verte poi su Vincenzo Casillo e si domanda a Cutolo a quando risalirebbe, temporalmente, la perdita di fiducia in quello che era stato per anni il suo braccio destro e il suo alter ego all’esterno.
«A metà del periodo della ‘detenzione’ di Cirillo presso le Br – specifica il padrino della Nco – Ho visto che Casillo era in stretto contatto con questi dei Servizi segreti e con tante altre persone che lui mi nominava e con le quali poteva fare tanti affari. Ed io ho perso completamente la fiducia, lo vedevo troppo in combutta con questi personaggi. Ecco perché feci intervenire il mio parente e amico, Marcantonio (Elio Vaiano, nda) per farlo interessare e per addivenire alla liberazione di Cirillo».
Vaiano è colui che invia il telegramma a Cutolo, in cui si annuncia che Cirillo sarebbe stato rilasciato di lì a otto giorni. «Diedi il telegramma a Casillo e gli dissi di portarlo a chi doveva (Francesco Pazienza, nda) e di lasciarmi in pace», chiosa Raffaele Cutolo.

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