Il boss Raffaele Cutolo mostra l'unghia del mignolo al presidente della Corte

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di Giancarlo Tommasone

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«Pandico adesso si sente un grande personaggio perché ha vissuto una vita vuota. Non ha avuto mai affetto», parole di Raffaele Cutolo, boss della Nco. Il camorrista compare davanti al giudice per essere ascoltato e controbattere alle accuse che gli rivolge proprio quello che il «professore di Ottaviano» ha sempre definito un semplice «scrivano».

Giovanni Pandico, uno dei pentiti della Nco

In più di una occasione, infatti, il fondatore della Nuova camorra organizzata ha relegato il pentito Giovanni Pandico (tra i principali accusatori di Enzo Tortora) a un ruolo marginale, defilato, addirittura infimo: «Era uno che mi scriveva le lettere». Tutt’altro dunque che un «legalizzato», che nel linguaggio della Onorata società sta a indicare l’affiliato, l’equivalente del «punciuto» mafioso.

Cutolo compare davanti al presidente della Corte nel corso
del maxiprocesso imbastito contro la Nco, è il 12 luglio del 1984.

Il suo intervento ha l’obiettivo di confutare le accuse dello «scrivano» diventato pentito, tra gli «addebiti» contestati a Cutolo, anche quello di aver fatto entrare in carcere cospicue quantità di droga. Pandico, afferma il padrino in aula, usando la terza persona, «quando io non c’ero ad Ascoli (nel carcere di Ascoli Piceno, nda), credeva di essere Raffaele Cutolo».

«Si è preso una ciocca dei miei capelli» racconta, e mima
il gesto al presidente, afferrando un ciuffo dei propri «crini» grigi.

«E poi si è preso una mia unghia (quella del mignolo destro)» e anche in questo caso, mostra il dito al giudice che lo sta ad ascoltare. Afferma che oltre ai due feticci, Pandico, mentre si trovava in carcere con lui, avrebbe chiesto ed ottenuto, di tenere per sé una non meglio specificata «cosa dei denti». Quasi a volersi sostituire al personaggio Cutolo, a diventarne alter ego, a interiorizzarlo prendendo possesso di parti del corpo appartenute al capo.

E’ naturale, in quella occasione, Cutolo tende a sminuire
la personalità di Pandico, che dice sempre il padrino
di Ottaviano, «mi accusa di tradimento».

«E’ bravo – continua il fondatore della Nco -, non è cattivo, è scemo. Non so come si è messo queste cose in testa. Come sia diventato un (tale) portatore di odio per cui paga (con il carcere) tanta gente che non c’entra niente. E per colpa di tale condotta – conclude – possono succedere tanti altri guai».

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