Il boss della Nco, Raffaele Cutolo

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di Giancarlo Tommasone

La morte di Vincenzo Casillo entra a pieno titolo nei «misteri d’Italia», fa parte di quella storia del nostro Paese che si perde attraverso vie lacunose e senza uscita: la strada dei dubbi e delle verità che mai emergeranno pienamente.

Ha 40 anni Casillo, quando il suo corpo viene dilaniato
dall’esplosione di un ordigno posizionato a bordo della propria auto.

La deflagrazione investe anche il suo braccio destro, Mario Cuomo, che sopravvive, ma perde l’uso degli arti inferiori. E’ il 29 gennaio del 1983, Casillo è latitante. Muore a Roma, in Via Clemente III, zona Forte Boccea. A poca distanza dalla sede del Sismi. Tra i tanti processi che affronta il padrino della Nco, Raffaele Cutolo, c’è anche quello per l’omicidio del suo «compare» per antonomasia.

Il suo alter ego libero e con in tasca il tesserino
dei servizi segreti, ‘o Nirone, appunto.

Ad accusare il boss di Ottaviano e la sorella Rosetta, quali mandanti dell’omicidio Casillo, sono in particolare il solito Giovanni Pandico e Pasquale Barra, pentiti transfughi dalla Nuova camorra organizzata. Quelli che, per intenderci, si sono rivoltati contro il loro stesso capo.

Cutolo compare davanti al giudice nel corso
di un’udienza che si svolge il 19 dicembre del 1988.

«Signor presidente – esordisce il boss – io sono in carcere da 26 anni, ultimamente sono stato condannato a una decina di ergastoli, finirò la mia vita in prigione. Ma non desidero pagare per la morte dell’amico mio più caro». «Ripeto, tutti mi hanno detto che è stato un incidente – riprende Cutolo, riferendosi a quanto riferitogli dagli affiliati -, se però non è stato un incidente, ma si è trattato di omicidio, bisognerebbe chiedere a un certo apparato dello Stato, che a Casillo ha rilasciato la tessera dei servizi segreti».

A supporto della sua tesi, Cutolo sostiene pure che mentre era latitante, Casillo poteva liberamente entrare ed uscire «da tutti i penitenziari italiani», mostrando il «documento» che ne dichiarava l’appartenenza a detti apparati. Nel corso della stessa udienza compare davanti al presidente della Corte anche Giuseppe Puca, alias ‘o Giappone, luogotenente di Cutolo.

Il boss di Sant’Antimo è accusato di essere colui
che mette in atto il progetto ordito dal «professore di Ottaviano».

Puca nega ogni addebito, affermando tra le altre cose, che «siccome mi frequentavo spesso con Casillo, se avessi voluto eliminarlo, avrei potuto farlo senza un marchingegno come quello che è stato attuato per la sua morte». La sentenza è emessa il 4 febbraio del 1989, Raffaele Cutolo, la sorella Rosetta e Puca vengono assolti con formula piena.

Tre giorni dopo, però, per ‘o Giappone arriva un’altra sentenza,
questa volta è di condanna ed è definitiva.

Viene ferito mortalmente da un commando composto da 5 killer, mentre si trova in strada, proprio a Sant’Antimo. Inutile la corsa in ospedale, spira poco dopo il ricovero.

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