lunedì, Dicembre 5, 2022
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Muore il boss Vincenzo Casillo e la Nco inizia a disgregarsi

I pentiti, i processi, le sentenze lasciano un solco profondo e segnano il punto d’inizio di una parabola discendente per Cutolo e il suo clan. Il boss di Ottaviano ha perso nel frattempo il suo alter ego fuori dal carcere, il braccio destro, il più fidato dei suoi uomini: Vincenzo Casillo. Saltò in aria la mattina del 29 gennaio 1983 nel quartiere Primavalle, a Roma, con la sua Golf dove era stata piazzata una carica di T4 (lo stesso usato per la strage del Rapido 904) e con il suo tesserino dei servizi segreti. Nell’attentato, avvenuto non molto distante dagli uffici del Sismi, rimase ferito Mario Cuomo, grande amico di Cutolo: subì l’amputazione delle gambe.

Il boss Vincenzo Casillo

Casillo, invece, fu dilaniato dall’esplosione: era custode di molti segreti, era stato l’uomo delle trattative tra clan, Stato e Br quando, pochi mesi prima della sua morte, fu rapito l’assessore Cirillo. Cuomo e Casillo si trovavano insieme a Roma non a caso, pare stessero cercando di creare una colonna cutoliana nella Capitale. Pochi giorni dopo quell’agguato, la convivente di Casillo fu trovata murata in un pilone di calcestruzzo. Dell’omicidio Casillo ha parlato Carmine Alfieri da pentito ammettendo che quello fu un evento cruciale: “Con un delitto eclatante, signori giudici, finì l’era di Cutolo”, lasciando intendere che l’omicidio aveva un valore politico. “Volevamo far capire ai politici che noi Alfieri eravamo ormai i loro veri referenti e che Raffaele Cutolo era passato, passato remoto”.

Carmine Alfieri
Carmine Alfieri, il capo della Nuova famiglia

Le vicende giudiziarie diventano sempre più complesse e intricate. Lui, Cutolo, il capo, sempre astuto e lucido, pensa a difendersi come può e a cadere in piedi ogni volta che le parole dei suoi ex affiliati e i riscontri investigativi lo fanno cadere in fondo ad una valle di accuse. Affronta udienze a Salerno, a Roma, a Napoli, a Santa Maria Capua Vetere, imputato per reati di vario tipo: associazione a delinquere, evasione, estorsione, omicidio. Sempre curatissimo nell’aspetto, con un sorriso a labbra strette, ironico e malizioso nelle risposte, ambiguo nelle allusioni, Cutolo è spesso presente alle udienze. E spesso ne riesce a dettare persino il ritmo, annunciando grandi rivelazioni o scegliendo di tacere su inediti segreti. Fa comparse in diversi processi, non solo come imputato ma anche come testimone.

Il padrino della Nco, Raffaele Cutolo

Nel settembre del 1984 compare davanti alla Corte d’assise del tribunale di Roma proprio come teste nel processo su un omicidio compiuto dalla Nco per fare un ‘favore’ alla ’ndrangheta. “Mi stanno facendo viaggiare dalle due della scorsa notte”, si lamenta stanco dell’andirivieni da un tribunale all’altro. Il presidente gli chiede la professione, Cutolo strappa un sorriso a tutti e risponde: “Il carcerato… il commerciante quando ero libero”. La residenza? “Da vent’ anni in carcere”, ribatte il boss. Il processo nasce dalle rivelazioni di due pentiti, Riccio e Federico. Cutolo dice di non conoscere né loro né gli imputati e aggiunge: “Capisco che è uno dei tanti pentiti che creano guai… ma come fate a credere a quanto dicono, a farli giurare… sono serpenti vestiti da uomini… ricordatevi che non hanno dignità né onore”. Contro i pentiti ce l’avrà sempre. Se la prenderà anche con i giudici, i pubblici ministeri, con i periti che lo dichiarano sano di mente (del resto, lui stesso ha dichiarato “non sono un pazzo”).

Dopo il trasferimento nel supercarcere dell’Asinara, Cutolo non eviterà di prendersela anche con il presidente della Repubblica, Sandro Pertini, perché è convinto che sia stato lui a volerlo confinare in quell’istituto di pena. Si sente ‘perseguitato’, i suoi interrogatori diventano talvolta teatrali con il presidente della Corte che gli fa le rituali domande da istruttoria e lui che attacca i pentiti e ripete che “non si è capito niente dei miei ideali, cioè aiutare i poveri e fare del bene… io non amo la violenza, non ho mai fatto del male… però, se volessi potrei fare tante cose..”. Riportato dai magistrati sui binari della procedura che a precise domande richiede precise risposte, il boss non ci sta e ancora una volta batte i pugni e se ne va: “Non voglio più parlare, tanto l’ergastolo me lo darete lo stesso…”. Durante la requisitoria nel processo alla cosiddetta ‘banda di Casandrino’ che agiva nei comuni a nord di Napoli per conto della Nco (dodici uomini accusati di associazione di stampo camorristico, armi e altri reati), Cutolo movimenta l’udienza: chiede un caffè e un bicchiere d’acqua, glieli negano e lui abbandona di punto in bianco l’aula bunker in via Reggia di Portici. Il ‘caffè del professore’ si potrebbe dire.

Nell’aprile dell’85 proprio per un caffè si ipotizza un attentato alla vita di Cutolo. E’ il boss di Ottaviano a parlarne, ancora una volta nel corso di una pubblica udienza del processo a Santa Maria Capua Vetere in cui è imputato per associazione camorristica. In quel periodo è detenuto nel carcere di Ariano Irpino, poi – pare per sua stessa richiesta – torna all’Asinara. Cutolo racconta ai giudici dell’attentato avvenuto due mesi prima, in febbraio, e spiega che è solito prepararsi da solo il caffè ma, alcuni giorni dopo essere stato interrogato dai magistrati milanesi che indagano sull’affare Calvi, ha notato che una delle confezioni era floscia a causa di un piccolo foro praticato lungo il dorso esterno e ha sospettato che qualcuno avesse tentato di avvelenarlo, con l’arsenico (il direttore del carcere subito smentisce spiegando che il detenuto era in isolamento).

L’interrogatorio del killer cutoliano Pasquale Barra

Dubbi, circostanze, ambiguità caratterizzano quegli anni. C’è spazio anche per qualche sceneggiata, come quella in tribunale nel giugno del 1984 quando Raffaele Cutolo e Pasquale Barra, il professore e il suo allievo, si ritrovano in un’aula di giustizia. Non si vedevano da anni, da quando entrambi erano finiti in carcere. Ora Barra è un collaboratore di giustizia. “Voi non siete un pentito vero, in fondo siete una brava persona… Ma perché non dite la verità?”, gli fa osservare il boss. “Voi siete abituato a fare le sceneggiate. Vi ci vorrebbero non dieci, ma cinquanta perizie…”, replica il pentito. Barra comincia a inciampare sui congiuntivi e Cutolo, ironicamente, gli ricorda “Ma perché ti fai chiamare ’o studente?”. “Ho fatto le scuole di campagna, non quelle di città”, gli viene risposto. Il ‘duetto’ è singolare, i due si scambiano frecciate in stretto slang di Ottaviano e il boss accusa Barra di fare un uso eccessivo di farmaci contro l’obesità. Poi si inchina e stringe la mano a un Barra sorpresissimo, quindi si siede e subito attacca: “Preside’ , il signor Barra deve dire la verità vera, deve dire perché ce l’ha con me. Quello che dice è un romanzo…”. E Barra: “Voi volevate farmi ammazzare”. Cutolo: “Da chi lo avete saputo? Io non ho mai voluto farvi ammazzare. Semmai altri… Preside’, voi dovete diffidare di queste persone, di questi pentiti… Comunque, lui nell’animo è buono…”. Il faccia a faccia prosegue con vari botta e risposta. Poi, quando Barra se ne va, Cutolo si rivolge al presidente della Corte: “Vede, signor giudice, Barra non è un pentito. O è uscito pazzo o veramente aveva paura di essere ucciso, ma non è cattivo… Viene da una buona famiglia. I pentiti non esistono in questa organizzazione, e non esisteranno mai. Io sono colpevole di tante cose, ma non voglio pagare per quello che non ho fatto. Se volete dedicarmi qualche giorno, capirete chi è Cutolo”.

(Fine)

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