La maxi-operazione contro la camorra cutoliana fa fare passi da gigante alla pubblica accusa che nemmeno un anno dopo il blitz ha già pronta la requisitoria, con accuse pesanti che attraversano trasversalmente il mondo della criminalità, dell’imprenditoria, dello spettacolo e della politica. Ma non può dirsi lo stesso sui tempi del processo. Quello alla Nco è il procedimento con un numero di imputati mai visto prima, 711 in tutto. I freni sono anche di natura logistica, dal momento che le condizioni del Palazzo di giustizia non consentono di disporre di un’ aula capace di contenere una tale folla umana e si rischia di smembrare il processo. La cittadella giudiziaria al Centro direzionale ancora non era nemmeno stata progettata e i processi si svolgevano per lo più a Castelcapuano e Santa Maria Capua Vetere, quelli con più imputati si tenevano nelle strutture giudiziarie in via Reggia di Portici e a piazza Neghellia a Fuorigrotta.

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Si pensa, dunque, ad un’alternativa in grado di sostenere la presenza di oltre mille persone, tra imputati, magistrati, difensori e pubblico. All’interno del carcere di Poggioreale c’è uno spazio libero molto grande, lì sarà costruita la mega struttura, quella che diventerà l’aula bunker di Poggioreale, come accaduto in Sicilia per il maxi-processo alla mafia che sarà istruito dal pm Falcone. I sostituti procuratori che hanno condotto le indagini sui presunti uomini della Nuova camorra organizzata sono riusciti a concludere l’inchiesta in undici mesi, e non senza fatica (dieci giorni di fila passati a dattiloscrivere la richiesta di rinvio a giudizio). Il momento storico è, per la giustizia italiana, quello di importanti cambiamenti, come l’introduzione della legge sulla detenzione preventiva che, modificando i tempi della custodia cautelare, imprime una nuova velocità a inchieste e processi. Quindi, si profila il rischio della scarcerazione di centinaia di camorristi per scadenza dei termini. E allora via alla maxi-requisitoria e al processone contro la Nco, con i suoi “superpentiti” (al tempo è tutto gigante!).

Il fenomeno del pentitismo comincia ad avere un peso proprio in quegli anni. I primi collaboratori di giustizia provenienti dalle fila della camorra campana sono i pentiti del processo alla Nco. E di qualcuno si dice che abbia ricevuto delle concessioni discutibili, tipo foto porno nella stanza in cui viveva protetto o la possibilità di un telefono con cui contattare i parenti degli 800 che aveva accusato e sentire cosa avevano da offrire per ritrattare. Il processo alla Nuova camorra organizzata è anche il processo degli scandali, è una pentola scoperchiata da cui escono presentatori e artisti, suore postine, industriali e affaristi, avvocati e uomini di legge, tutti in qualche modo amalgamati nella ricetta di Cutolo.

Giovanni Melluso detto “il bello” o “Cha cha cha”

Associazione a delinquere di stampo camorristico è il principale capo d’accusa attorno al quale ruotano traffici di cocaina e ambigue complicità. Per ciascuno degli imputati sono elencate circostanze e prove, con i riscontri fatti dai magistrati inquirenti. Migliaia di pagine che riscrivono la storia degli uomini della Nco dal 1970 al giorno dell’arresto, che individuano le strategie e le azioni di un impero economico fondato sul crimine e sulla violenza, con tanto di “efficiente collegio di difensori” che pensa a perizie psichiatriche e, all’occorrenza, fa da tramite o da mediatore. Un capitolo dell’atto d’accusa è dedicato alle ‘amicizie’ del boss e dei suoi fedelissimi con facoltosi imprenditori e ricchi costruttori della Campania, sospettati di aver accumulato ricchezze per conto di don Raffaele.

Enzo Tortora saluta un agente di custodia all’uscita del carcere di Bergamo.

E non mancano i politici, che entrano nell’inchiesta a sostegno della tesi che vuole il professore bene inserito anche in alcuni ambiti comunali del Napoletano. Con stupore, spuntano nell’indagine un paio di religiosi: una suora sospettata di fare la ‘postina’ che per conto del boss avrebbe consegnato ai detenuti di Poggioreale le lettere del capo con le direttive su agguati da compiere o affari da concludere, e un cappellano del carcere di Ascoli Piceno, sospettato dai magistrati di essersi reso utile agli uomini del boss di Ottaviano aiutandoli ad introdurre nelle celle oggetti vietati. Con echi scandalistici, infine, nell’inchiesta sulla Nco compaiono i nomi di uomini dello spettacolo: il presentatore Enzo Tortora, indicato dai pentiti addirittura come un affiliato alla Nuova camorra organizzata per conto della quale avrebbe fatto il corriere della droga, e il cantante Franco Califano, accusato, sempre dai collaboratori di giustizia, di essersi fatto pagare con trecento grammi di cocaina per cantare a Secondigliano.

Franco Califano in manette

Il processone dura anni, migliaia di udienze, centinaia di testimonianze, ritrattazioni, accese battaglie difensive, riscontri che mancano, pentiti che perdono credibilità. Per chi è innocente, arrivare alla fine del calvario giudiziario per vedersi restituire dignità e giustizia non basta a smaltire il peso di questa vicenda. Il 13 giugno 1987 la Corte di Cassazione chiude il caso: Enzo Tortora è innocente, le accuse di camorra e cocaina sono false, e lo assolve. La stessa sentenza viene emessa per Franco Califano e per altri 101 imputati, tra cui avvocati e presunti faccendieri, molti riconosciuti vittime di casi di omonimia. Due giorni di camera di consiglio bastano a chiudere definitivamente uno dei capitoli giudiziari più delicati e controversi degli ultimi tempi. I giudici confermano il verdetto emesso un anno prima dalla Corte d’appello del tribunale di Napoli ribaltando l’impostazione accusatoria e la sentenza di primo grado e mandando assolti con formula piena il presentatore di Portobello e il cantautore romano. Dalla pronuncia della Suprema Corte emerge, tra l’altro, il riferimento all’uso talvolta troppo disinvolto dei pentiti, delle loro dichiarazioni, degli accertamenti che devono essere necessari a confermare la cosiddetta ‘chiamata in correità’.

L’interrogatorio del killer cutoliano Pasquale Barra

I pentiti – i vari Gianni Melluso, Pasquale Barra, Giovanni Pandico, definito da collaboratore “l’uomo computer” – sono grandi protagonisti del processo. Un procedimento complesso, che è inciampato in conflitti di competenza tra un tribunale e un altro, proteste dei detenuti, revoche degli avvocati di fiducia, rientro della revoca per alcuni e nomina di difensori d’ufficio per altri, e infine scioperi dei penalisti. Un procedimento complesso, tanto da essere diviso in tre tronconi, centinaia di faldoni di atti processuali, sei verdetti. Gran parte dell’istruttoria ruota attorno ai collaboratori di giustizia. Nel primo processo, quello di Tortora e Califano, i pentiti non vengono ritenuti attendibili e le tesi dell’accusa non risultano confermate da riscontri e prove: quindi, assolti i due imputati famosi e assolti gli altri cento finiti alla sbarra. Nella seconda tranche, a carico di altri presunti affiliati alla Nco, l’attendibilità dei pentiti viene riconosciuta dai giudici nonostante contraddizioni e qualche ritrattazione: la sentenza d’appello infligge condanne anche più severe di quelle del primo grado. Nel terzo filone, sempre a carico di tanti finiti sotto inchiesta nel giugno dell’83, il ruolo dei collaboratori di giustizia non appare tanto determinante quanto lo è il comportamento processuale degli imputati, molti dei quali ammettono la propria responsabilità e ottengono le attenuanti generiche.

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