Il direttore di "Op", Mino Pecorelli

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di Giancarlo Tommasone

«La verità è sempre meglio della menzogna. Lo giuro. Raffaele Cutolo, nato a Ottaviano il 10, 12, ’41. Sono da 34 anni in carcere comunque», così comincia la deposizione del boss della Nco.
Siamo a Perugia, è il 9 ottobre del 1998 e si sta celebrando il processo per l’omicidio del fondatore di OP (Osservatore Politico), Mino Pecorelli, ammazzato il 20 marzo del 1979 a Roma.
Cutolo risponde alle domande dell’avvocato Carlo Taormina, che allora assisteva Claudio Vitalone (ex magistrato, ex parlamentare e ministro Dc, deceduto nel 2008 e considerato un andreottiano di ferro), imputato e poi assolto per il delitto del giornalista.

Si chiede al «professore» di Ottaviano
dei suoi rapporti con la ‘Ndrangheta.

«Posso dire di aver avuto legami soltanto con la cosca di Paolo De Stefano; con quest’ultimo avevo un rapporto personale, ci siamo visti in diverse occasioni, sia in carcere che durante il mio periodo di latitanza, in Calabria e in Campania. Non avevamo affari in comune, tra le nostre organizzazioni è avvenuto solo qualche scambio di armi».

Il discorso poi si sposta sui collegamenti tra la cosca
di De Stefano e la banda della Magliana.

«Non sono a conoscenza di rapporti stretti tra detta cosca di ‘Ndrangheta e la Magliana, tranne un episodio legato alla richiesta rivoltami da Nicolino Selis per una pistola». Ma che tipo di legame aveva Cutolo con Selis? «Nicolino Selis era il mio capozona a Roma, un vero e proprio affiliato alla Nco. Lui faceva parte della mia organizzazione ed era anche un capo della banda della Magliana».
«Per quanto riguarda il delitto Pecorelli – chiede Taormina al boss della Nco – le risultano implicazioni da parte della mafia?». «Le posso dire che mentre ero latitante, mi venne a trovare ad Albanella, Nicolino Selis, che mi chiese una pistola con silenziatore per uccidere un giornalista (Pecorelli, nda). Io non disponevo dell’arma, ma dissi al mio capozona che poteva rivolgersi tranquillamente a Vincenzo Casillo o a Paolo De Stefano, che gliel’avrebbero potuta fornire senza problemi», spiega Cutolo.
«Chiesi anche perché si volesse compiere quel delitto – continua Cutolo – e se dietro ci fosse la mafia. Glielo chiesi perché io in Campania combattevo strenuamente Cosa Nostra e Riina, e nel caso in cui il delitto fosse stato commissionato dai mafiosi, mi sarei opposto. Selis mi disse che era per una questione esclusiva delle banda della Magliana».
Se Selis avesse detto a Cutolo che si preparava l’omicidio di Pecorelli per conto dei «siciliani, io avrei di sicuro fatto uccidere Selis. Ma quest’ultimo sapeva di come la pensassi sulla mafia e mi ribadì che il progetto omicidiario era per una questione relativa alla banda della Magliana. Pecorelli, infatti, da come seppi, era in “combutta” con quelli della Magliana, nel senso che per fare scoop e servizi giornalistici si serviva delle loro informazioni, salvo poi riferire degli affari del gruppo al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Più volte, mi risulta, lo stesso Pecorelli ha partecipato a delle perquisizioni effettuate da Dalla Chiesa e dai suoi uomini all’interno delle carceri. In particolare mi è stato riferito di alcuni accessi di Pecorelli nel penitenziario di Cuneo».

(I – continua)

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