Il boss della Nco Raffaele Cutolo

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di Giancarlo Tommasone

E’ utile chiarire che Raffaele Cutolo, nonostante si sia più volte paragonato a una specie di Robin Hood, il ladro che toglie ai ricchi per dare ai poveri, nonostante la vicinanza dichiarata ai contadini che lavoravano la terra sotto il padrone, è tutto fuorché un comunista.

Per tale motivo qualificandosi «compare e compagno», nel testo di un telegramma inviato a Nicola Pellecchia (tra i fondatori dei Nap passato poi con le Br) e datato 10 giugno 1981 (e quindi nel corso della trattativa Cirillo), «sembra (soltanto) voler sfumare i confini tra l’area dei detenuti per terrorismo e quella della Nco».

L’analisi è degli esperti della commissione parlamentare
antimafia ed è riportata in un resoconto del 1994.

«Si tratta in realtà di un segnale distensivo – è scritto ancora nella relazione – lanciato all’ambiente brigatista». Tutto nasce da due precedenti da tener nel dovuto conto. Il 17 maggio del 1981, sul quotidiano Il Mattino viene pubblicata una minacciosa lettera aperta rivolta ai brigatisti perché rilasciassero Ciro Cirillo.
Lo scritto reca in calce la firma falsa di Pasquale D’Amico (alias ’o cartunaro, vertice della Nco), e nel momento in cui esce, suscita forte diffidenza ed un atteggiamento conflittuale da parte delle Br nei confronti dei cutoliani.
Alla missiva segue un’azione di rappresaglia, un contro avvertimento: il 30 maggio, infatti, davanti alla casa di Raffaele Cutolo, esplode un ordigno.
Ieri, Stylo24 ha pubblicato i testi integrali dei telegrammi a firma del brigatista Sante Notarnicola (inviato a Cutolo) e del padrino di Ottaviano (spedito a Pellecchia); testi che riproponiamo qui, per inquadrare logicamente e temporalmente gli eventi.
Dunque nel primo telegramma (quello anteriore al 3 giugno 1981) è possibile leggere: «Pur nella impossibilità di fermare un processo avviato ho trovato la necessaria disponibilità al dialogo ed al confronto.
Importante non cadere nelle trappole di chi semina zizzania e mantenere rapporti che devono essere impostati su reciproco rispetto e fiducia». Nel secondo (10 giugno 1981): «Ricevo tuo atteso telex. Dopo cose brutte subite spero in un positivo risvolto della vicenda. Abbracci a te e Luigi (si riferisce a Bosso). Saluti Cari dal compare compagno Cutolo».

Ci sono riferimenti chiari in quei telex, bisogna sottolineare
quel «chi semina zizzania» e le «cose brutte subite».

Analizzando il saluto finale, «dal compare compagno Cutolo», si potrà facilmente comprendere come quel passaggio rappresenti un forte indizio della distensione avvenuta e l’inizio di una discussione costruttiva tra Nco e Br: nei fatti l’avvio della trattativa per la liberazione dell’assessore regionale.

Ma chi avrebbe seminato zizzania,
per dirla con le parole di Notarnicola?

Secondo molti (e l’eventualità è affrontata anche nella relazione della Commissione parlamentare), sarebbero stati i Servizi, che in quel momento stavano operando.
La strategia della tensione e della destabilizzazione applicata sia nei confronti delle Br che nei confronti della Nco, prima attraverso la lettera con la firma apocrifa di D’Amico comparsa sul Mattino, poi con la bomba fatta esplodere davanti alla casa del boss di Ottaviano.
«Un conflitto irreparabile con le Br era certamente temuto da chi nella Dc e nelle istituzioni lavorava per la trattativa. Ma forse i fattori di tensione servivano proprio per potenziare agli occhi dei brigatisti un ruolo da mediatore di Cutolo», è scritto ancora nella relazione della Commissione parlamentare antimafia.

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