Il boss della Nco, Raffaele Cutolo

Modalità Gaspare Pisciotta

di Giancarlo Tommasone

Un mistero mai risolto, quello relativo ai due tentativi di avvelenamento, che il boss della Nuova camorra organizzata, Raffaele Cutolo, avrebbe subìto mentre era in carcere ad Ariano Irpino. I fatti risalgono all’inverno del 1985 – all’epoca il padrino di Ottaviano ha 44 anni – ma la circostanza emerge soltanto nell’aprile successivo. Secondo quanto avrebbe riferito lo stesso camorrista ai magistrati, nei suoi confronti si registrarono due tentativi di avvelenamento.

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Con quali modalità? Le stesse che portarono alla morte di Gaspare Pisciotta (amico e braccio destro del bandito Salvatore Giuliano, e non suo cugino come erroneamente affermato da qualcuno), e di Michele Sindona. Vale a dire una tazzina di caffè «corretto» al veleno, arsenico nel caso di Cutolo. Il boss, che al mattino, si preparava da solo la bevanda calda, notò in due distinte occasioni, come la busta sottovuoto spinto, in cui era contenuta la polvere di caffè, fosse floscia.

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La scoperta a febbraio del 1985, alcuni giorni dopo che il capo della Nco era stato interrogato dai pm milanesi che indagavano sul delitto di Roberto Calvi, il banchiere di Dio. Tornando alla scoperta effettuata da Cutolo, questi disse di essersi reso conto che un piccolo foro era stato praticato lungo il dorso esterno della confezione di caffè.

Al riguardo, però, tenne a precisare nei giorni successivi alla diffusione della notizia, l’allora direttore del carcere di Ariano Irpino, Luciano Petruzziello, tutto ciò «non sarebbe stato possibile». Perché, sottolineò, «non sarebbe stato possibile, dal punto di vista tecnico, alcun contatto tra Raffaele Cutolo ed il mondo esterno», nel periodo in cui il capo della Nco rimase nel penitenziario della provincia avellinese.

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«Nel mese di gennaio (del 1985) – disse il direttore, che, in merito alla vicenda inviò una nota al Ministero di Grazia e Giustizia – Raffaele Cutolo si trovava praticamente isolato in un reparto interno dell’istituto e con lui avrebbero potuto avere contatto soltanto otto persone, tutti militari, e tra questi lo stesso direttore del carcere». «Nei mesi di febbraio e marzo – concluse il direttore – Cutolo non si trovava ad Ariano Irpino, ma ad Avellino».

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In quel periodo, il fondatore della Nco temeva fortemente di essere ucciso in carcere, a riprova della paura che provava, c’è da sottolineare come il boss chiese il trasferimento dal carcere di Avellino, per tornare addirittura all’Asinara, dove forse si riteneva maggiormente al sicuro. Per dovere di cronaca, va detto che comunque, non ci furono riscontri rispetto a quanto raccontò Cutolo ai magistrati, non si riuscì a provare che i presunti tentativi di avvelenamento fossero in realtà, avvenuti.