Il boss della Nco, Raffaele Cutolo nel corso di un'udienza in tribunale

(tratto dal libro «Nco – La vera storia dei cutoliani» – Collana I Cattivi)

Raffaele Cutolo è evaso, il che mette in allarme gli inquirenti. E’ tornato ‘libero’, e questo prepara gli uomini del clan ad una nuova stagione. Cutolo è in fuga, viaggia, cambia più di un rifugio, poi si avvicina alla ‘sua’ terra. Le indagini della magistratura ricostruiscono solo in parte i suoi spostamenti di quel periodo: in Campania il covo del boss è ad Albanella, nella masseria di un bracciante, nascosta nelle campagne della vicina Paestum. Resta lì un anno, segno che il riparo è sicuro, ma non in eterno.

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Il 15 maggio del 1979
cento carabinieri
fanno irruzione nella masseria
e stanano Raffaele Cutolo, il professore che già tutti i giornali indicano come un potente capocamorra

Lui, labbra sottili e sguardo deciso, non oppone resistenza e accennando un sorriso si rivolge al carabiniere che lo sta ammanettando: “Chi ti credi di essere? Il generale Dalla Chiesa forse? Solo lui meriterebbe lo sfizio di arrestare un grande capo come me”. Un altro militare gli dice “andiamo”, e il boss circondato dai militari viene scortato dalle gazzelle dell’Arma al carcere di Poggioreale.

Il padrino della Nco, Raffaele Cutolo

Chiuso in una cella, Cutolo gioca la sola carta che gli rimane: il carisma. E si circonda di uomini ai quali riconosce rispettabilità e un ruolo nel suo clan che inizia a formarsi sul falso modello di una società, parallela a quella reale.

Addirittura qualcuno, dalla sede dell’Inps,
gli scrive 
per chiedere un suo intervento nell’impedire
l’ennesima svendita contrattuale
dei lavoratori parastatali

L’episodio fa discutere, la direzione amministrativa avvia un’inchiesta interna, i sindacati si allarmano. Minimizzare non si può: l’anonimo che ha scritto al boss ha usato un foglio ciclostilato e buste intestate dell’Inps. L’iniziativa viene stigmatizzata dal direttore della sede napoletana: “E’ vero che stiamo attraversando un momento davvero critico, ma giungere a questo proprio non me l’aspettavo. E’ un fatto molto grave”.

Il gesto di uno sconsiderato e basta, così viene definito. Intanto per la Nco e il mondo del crimine è la stagione delle misteriose morti in carcere, delle amicizie nate durante l’ora d’aria con detenuti politicizzati e terroristi, con malavitosi di altre regioni spediti a Napoli in soggiorno obbligato. Il nome di Cutolo diventa una garanzia, come fosse un marchio. E lo diventa ancora di più quando il boss di Ottaviano ha contatti con alcuni apparati dello Stato: eclatante il caso del sequestro dell’assessore Cirillo.

L'ex assessore regionale Ciro Cirillo
L’ex assessore regionale Ciro Cirillo nella foto diramata dalle Brigate Rosse

L’occasione dona a Cutolo una gloria fatua perché presto viene rinchiuso all’Asinara e isolato al 41bis, il famigerato carcere duro che non gli sarà revocato per i successivi decenni. Il suo arrivo sull’isola genera polemiche, accese proteste a Porto Torres: il caos e le manifestazioni in strada di chi non vuole il boss napoletano rientrano e il detenuto sbarca nel bunker dell’isola.

Proprio durante la detenzione nel carcere sardo, il professore convola a nozze con una giovane donna di Ottaviano conosciuta quando lui era già detenuto. La donna è Immacolata Iacone, è molto più giovane di lui almeno di vent’anni. Lei va a trovare il fratello detenuto ad Ascoli Piceno e incrocia lo sguardo di Raffaele Cutolo.

Raffaele Cutolo e Immacolata Iacone
Raffaele Cutolo e Immacolata Iacone

Ne subisce il fascino e se ne innamora. Il loro è un amore che vive di sguardi e di attese, di un solo bacio e di quasi nessun abbraccio. Perché il boss è rinchiuso al 41bis e lei può vederlo una sola volta al mese, col vetro divisorio piazzato su una sorta di scrivania per tenere separati i loro corpi e i loro volti. Solo le mani possono stringersi per un intenso contatto. Raffaele e Immacolata si sposano il 26 maggio 1983.

La giovane sposa arriva in Sardegna
in aereo, accompagnata dalla madre

Le condizioni del mare minacciano il matrimonio, perché col mare grosso il vaporetto rischia di non partire da Porto Torres per l’Asinara. E’ l’ultima tensione prima delle nozze che vengono celebrate dal cappellano del carcere a mezzogiorno di quel 26 maggio alla presenza dell’avvocato Francesco Cangemi e sua moglie, i due testimoni.

Cutolo indossa un abito grigio scuro, la sposa un tradizionale
abito bianco confezionato da un sarto romano e tra i capelli
un fermaglio di diamanti

Dopo la cerimonia viene concesso un rapido brindisi nella saletta della sacrestia, poi Cutolo torna in cella e Immacolata Iacone e i testimoni tornano a casa. L’emozione delle nozze viene offuscata presto dai risvolti della storia della Nco, dagli agguati portati a termine dentro e fuori il carcere. Cutolo viene indagato per strage per il fallito attentato al treno Olbia-Cagliari dove, l’11 agosto 1982, vennero trovati cinque chili di esplosivo.

Immacolata Iacone, moglie del boss Raffaele Cutolo

Secondo l’ipotesi investigativa, l’obiettivo non era quello di far saltare in aria il convoglio ma solo compiere un gesto dimostrativo in modo che il boss fosse trasferito in un carcere diverso dall’Asinara, troppo lontano dalle zone che Cutolo doveva controllare. Un anno dopo, nell’84, il processo si chiude con l’assoluzione del padrino di Ottaviano. Intanto spuntano i primi pentiti, decine e decine di ordini di cattura vengono timbrati dalla procura. Sotto inchiesta finisce anche la moglie di Cutolo, poi scagionata.

Il fratello e il padre di Immacolata Iacone vengono assassinati,
muore in un agguato anche il primo figlio di Cutolo, Roberto

Raffaele Cutolo con il figlio Roberto

Muore anche il vicedirettore del carcere di Poggioreale, Giuseppe Salvia, ucciso in un agguato sulla Tangenziale di Napoli il 14 aprile 1981. I sospetti ricadono sul boss di Ottaviano che lo aveva schiaffeggiato pochi mesi prima, infastidito dalle tante perquisizioni a cui era sottoposto nel padiglione di cui Salvia era responsabile.

Il boss della Nco, Raffaele Cutolo

Storica la dichiarazione di Cutolo immortalata dalle telecamere della Rai: “Salvia? Gli diedi uno schiaffo perché faceva delle cose… ma è morto, è brutto parlare di un morto… Io – afferma il boss di Ottaviano – l’ho schiaffeggiato ma non sono un pazzo scemo, sono un pazzo intelligente. Non do uno schiaffo a uno, lo minaccio di morte e poi lo faccio ammazzare…”. Lui nega responsabilità in quel delitto, ma nel 1987 i giudici lo condannano in primo grado all’ergastolo.