Il boss Raffaele Cutolo e il Senatur della Lega, Umberto Bossi

L’invito a meditare su ’A livella di Totò

di Giancarlo Tommasone

Non crediamo ne sia a conoscenza, ma in caso contrario, verrebbe da chiedersi cosa pensi Raffaele Cutolo, padrino della Nco, 78 anni, oltre 55 passati dietro le sbarre, circa 40 al carcere duro, del fatto che San Giuseppe Vesuviano, Comune a un tiro di schioppo da Ottaviano (il suo paese di origine), sia attualmente a trazione leghista. Chi sa cosa direbbe del fatto che il Carroccio, guidato adesso da Matteo Salvini, da mesi, è il partito più forte della Penisola sul fronte dei consensi, e che per quasi un anno e mezzo è stato al Governo, nell’esperienza giallo-verde. Proprio lui, Cutolo, che a maggio del 1996 aveva fatto parlare ancora di sé. E non per l’organizzazione criminale che fondò oltre 40 anni fa, per processi e omicidi, quanto per il suo attaccamento al Tricolore, e la difesa dell’Unità d’Italia. «L’Unità d’Italia è sacra, e non si tocca per nessuna ragione. Il signor Bossi e soci si sono dimenticati della storia del Risorgimento, di Mazzini e di tanti martiri del Sud». Così scriveva Raffaele Cutolo, all’epoca recluso nel carcere Baldenich di Belluno. Il messaggio di Cutolo varcò le porte della casa circondariale, sotto forma di una lettera indirizzata all’emittente Telebelluno. La missiva era accompagnata da una poesia intitolata «Viva l’Italia», che il camorrista di Ottaviano, dichiarò aveva «scritto con un amico poeta». «Io – sottolineò Cutolo nella lettera – sono un uomo del Sud, ho fatto la rivoluzione per il riscatto del Sud. Per questa mia rivoluzione sono in carcere ormai da 32 anni e pago con dignità le mie colpe».

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Così scriveva Raffaele Cutolo, all’epoca recluso nel carcere Baldenich di Belluno. Il messaggio di Cutolo varcò le porte della casa circondariale, sotto forma di una lettera indirizzata all’emittente Telebelluno. La missiva era accompagnata da una poesia intitolata «Viva l’Italia», che il camorrista di Ottaviano, dichiarò aveva «scritto con un amico poeta». «Io – sottolineò Cutolo nella lettera – sono un uomo del Sud, ho fatto la rivoluzione per il riscatto del Sud. Per questa mia rivoluzione sono in carcere ormai da 32 anni e pago con dignità le mie colpe».

Attacco frontale al Senatur

«La mia meraviglia – aggiunse nella lettera – è che, mentre io pago, Bossi, con tutte le cose che dice, mettendo in pericolo la Costituzione, è ancora libero». Lo scritto si chiudeva con l’invito a Umberto Bossi a «meditare bene sulla poesia ’A livella del grandissimo Totò, la quale è una vera lezione di vita». Per quel che riguarda la poesia sull’Unità d’Italia, in rima alternata, Cutolo la vergò in napoletano. Questo uno stralcio del componimento: «L’Italia? Ma che saccio, ’a vonno spartere / ne vonno fa tre parte d’’o stivale / ’o ddiceno cierti uommene d’’o Nord / ca a sta ’nzieme co Sud se sta male».