lunedì, Gennaio 24, 2022
HomeInchieste e storia della camorraIl boss Raffaele Amato «graziato» dai giudici spagnoli: è la seconda volta

Il boss Raffaele Amato «graziato» dai giudici spagnoli: è la seconda volta

Spaccio di droga, altroché duplice omicidio. È il reato che tiene in cella, in Sardegna, Raffaele Amato, ritenuto dagli inquirenti uno dei vertici degli scissionisti di Secondigliano. ‘O Lello, così è pure conosciuto all’anagrafe della camorra, è stato scarcerato per un vizio di forma. La decisione è maturata in virtù della linea imposta dalla giustizia spagnola. È stato infatti revocato il mandato di arresto europeo relativo al duplice delitto MontaninoSalierno avvenuto nel 2004. Il provvedimento, come riporta Leandro Del Gaudio su Il Mattino, era stato adottato per un difetto nella procedura che sarebbe andato a ledere il diritto alla difesa del presunto ras. E soltanto nelle scorse ore, ne è stata data comunicazione alla Dda di Napoli. La decisione dei magistrati iberici si rifà al procedimento seguito all’arresto, nel 2005, di Amato a Barcellona, dove si era rifugiato. Ma non è la prima volta che il potente trafficante viene scarcerato sull’asse Italia-Spagna. Già ad aprile del 2006, mentre ‘O Lello era recluso in carcere a Madrid, il Tribunale del Riesame dichiarò scaduti i termini di custodia cautelare, spalancando di fatto le porte del carcere e avviando la latitanza di Amato, poi arrestato nuovamente a Malaga nel 2009.

IL PROFILO

I pentiti che ne hanno parlato, lo descrivono come un boss carismatico, capace di mediare, all’occorrenza, e dalla grande esperienza criminale. Di lui si occupano, per la prima volta, i giornali il 27 gennaio 2001, quando i poliziotti lo arrestano in un albergo a Casandrino, dove – secondo gli investigatori – avrebbe dovuto incontrare trafficanti olandesi e tedeschi, per l’acquisto di sei chili di cocaina proveniente dall’Olanda, nascosti in un ruotino di scorta.

Raffaele Amato durante la sua latitanza in Spagna

Lo stupefacente aveva un valore di ottocento milioni di lire. Il Tribunale del riesame, però, lo scarcera dopo una quindicina di giorni, perché non c’era la prova che Raffaele Amato fosse in contatto con loro, al di là di ogni ragionevole dubbio. Nei tre anni successivi, il padrino consolida la sua rete internazionale di contatti, acquisendo un sempre maggiore potere all’interno della cosca di Paolo Di Lauro, seriamente danneggiata dall’inchiesta della procura antimafia del settembre 2002, che costringe Ciruzzo ’o milionario alla fuga. Un potere che, evidentemente, infastidisce non poco il figlio del boss, Cosimo Di Lauro, che lo accusa di aver intascato il provento della compravendita di una partita di cocaina, del valore di tre milioni di euro, obbligandolo ad espatriare e a rifugiarsi in Spagna, da dove organizza e coordina la faida contro i suoi ex soci in affari. Inizia così la stagione del terrore e delle stragi, a Secondigliano.
A gennaio viene catturato Cosimo Di Lauro e quattro settimane dopo, tocca al capo degli«spagnoli». Lo intercettano i carabinieri e la Guardia civil, il 27 febbraio del 2005, davanti all’entrata del casinò municipale di Barcellona dopo aver perso 6 mila euro al tavolo di black jack. Era in compagnia di cinque guardaspalle. In galera, però, Amato non resta molto. Scarcerato per un vizio di forma, a un anno esatto dalla data di arresto, si dà nuovamente alla macchia, continuando a gestire una organizzazione che conta centinaia di uomini stipendiati: spacciatori, vedette, killer, fiancheggiatori, custodi e trafficanti.
Coinvolto nell’inchiesta «C3» e destinatario di un nuovo ordine di carcerazione, ’o Lello(com’è conosciuto all’anagrafe di camorra) viene segnalato in Francia, Inghilterra e Giappone. A chi gli dà la caccia, sembra imprendibile. Alla fine, il 17 maggio 2009, i poliziotti della Squadra mobile di Napoli lo bloccano dopo un inseguimento durato cinquanta chilometri, a Malaga. L’estradizione del padrino, qualche tempo dopo, impegnerà trenta agenti di scorta e un elicottero di appoggio. C’era il pericolo di un attentato nei suoi confronti.

Cosimo Di Lauro al momento del suo arresto

I magistrati della Dda di Napoli gli contestano anche alcuni omicidi, risalenti a quindici anni prima, che si inserirebbero nella faida di Mugnano, che vide contrapposti il gruppo diAntonio Ruocco e il clan di Ciruzzo ’o milionario, cui – a quel tempo – Amato apparteneva.
Tempo addietro, quando era ancora uno dei trafficanti al servizio del boss Paolo Di Lauro, il telefono era costretto comunque a utilizzarlo, seppur con le dovute attenzioni. Al cellulare, si faceva chiamare «Michele il napoletano». Dieci anni dopo, distrutta l’organizzazione diCiruzzo ’o milionario e conquistato il potere criminale a Secondigliano, Raffaele Amato diventerà ancor più sospettoso nei confronti della tecnologia, come racconta il pentitoAntonio Pica, a proposito delle precauzioni che il boss degli «scissionisti» adottava in vista degli incontri con i suoi uomini di fiducia: «Amato ci chiese di prendere tutti i cellulari in possesso dei ragazzi sulle piazze di droga per un totale di duecento, trecento cellulari minimo…». Il pericolo era che l’eccessiva loquacità di qualcuno potesse mettere le forze dell’ordine sulla giusta traccia per arrivare a lui.
Le ferree disposizioni del padrino «scissionista» riguardavano non solo le prevenzioni da far adottare agli affiliati sull’uso delle utenze telefoniche (di cui erano responsabili gli stessi capi-piazza, chiamati a punire quanti si fossero permessi di trasgredire l’ordine), ma anche le intercettazioni ambientali. È sempre Pica, infatti, a rivelare che due tecnici («ognuno dei quali ricompensato con 1500 euro a operazione») effettuavano periodiche«bonifiche» contro cimici e apparecchiature elettroniche capaci di registrare suoni e immagini nei covi in cui si riunivano affiliati e responsabili dei turni di spaccio.

Paolo Di Lauro

Antonio Prestieri, invece, ricorda un incontro con il boss, nel corso del quale gli fu mostrato «uno strumento che portava due antenne in grado di segnalare, senza intercettarle, tutte le telefonate effettuate nel raggio di un chilometro», in grado – anch’esso – di individuare microspie che trasmettevano i segnali sulla linea telefonica. I vertici del gruppo degli «spagnoli» avevano disponibilità, inoltre, di cellulari criptati che rendono particolarmente complesse le attività di spionaggio delle conversazioni (ce ne sono numerosi modelli, in commercio, a prezzi di partenza intorno ai 2mila euro), perché si appoggiano su linee diverse da quelle classiche (Tim, Vodafone, 3, Wind).
È stato inoltre accertato che Amato acquistò, nel corso di una fiera a Londra, aperta ai dirigenti dei servizi segreti di Israele, Germania e Stati Uniti, un apparecchio, del costo di150mila euro, utilizzato per annichilire, in un raggio abbastanza ampio, i segnali elettrici provenienti da radio, cellulari e microspie.
Si racconta che, agli inizi della carriera criminale, Raffaele Amato avesse deciso di segnare, con un proprio simbolo, i panetti di hashish da 250 grammi che importava dal Libano e dall’Afghanistan. Un simbolo, un “brand” commerciale si direbbe nel campo della pubblicità. E l’immagine scelta da Amato, all’alba degli anni Novanta, era uno scorpione. Sotto quest’insegna, il boss diventa il “ministro del Commercio internazionale” della holding criminale di Secondigliano: non molto tempo dopo, l’incontro con i grandi trafficanti colombiani lo catapulta nel business che conta. La cocaina. Dalla Spagna inonda di polvere bianca i ghetti controllati dal clan, che macina guadagni stratosferici. Si muove traMadrid e Barcellona, senza grossa difficoltà. Impara la lingua e le usanze locali. Il cartello dello scorpione, ormai, non ha rivali sulla piazza partenopea. E lo scorpione inizia a diventare un simbolo, un segnale di appartenenza che gli affiliati più giovani esibiscono con orgoglio sui muscoli o sulle targhe delle auto, dove – accanto ai numeri e alle lettere identificativi – spunta la sagoma affusolata del silenzioso killer del deserto.

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