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Il tatuato aveva ordinato di sistemare le telecamerine nelle cinque piazze di spaccio e nei budelli di accesso al rione. Uno di questi occhi elettronici, collegato via wifi con la «centrale operativa» del gruppo, nascosta in uno scantinato-bunker, l’aveva fatto mimetizzare tra le condutture dell’acqua che si arrampicano sui muri di edifici sonnacchiosi e omertosi. Un travestimento suggeritogli da un poliziotto corrotto che gli era diventato amico negli ultimi tempi, soprannominato «Gigi D’Alessio». Il «commando piovra» aveva chiuso le vecchie piazze gestite da Mosé e le aveva sostituite con le proprie.

A dare una mano ai «colombiani» erano i ragazzetti che erano passati con loro all’inizio della guerra e quegli altri che, a poco a poco, si erano aggiunti in corso d’opera, soprattutto dopo l’omicidio di Cap ‘e fierr. Don Vincenzo, questi ultimi, li chiamava «Pampérs», bambini coi pannolini. Bambini che ancora si pisciavano sotto. Poppanti. Utili all’epoca per fare «ammuina», quando c’erano i killer rivali per strada. Bersagli sacrificabili. Carne moribonda. Inutili adesso che «ammuina» non si doveva più fare, ed era anzi necessario avere gente sveglia che sapesse come muoversi in una piazza di spaccio e che avesse dimestichezza con armi e forze dell’ordine. ‘O Piragna consigliò a Christian di reclutare «personale» all’altezza. Qualcuno bravo glielo avrebbe prestato lui tanto per cominciare come aveva fatto durante la faida con un paio di killer di cui nessuno, eccetto il ragazzo con la lacrima, era al corrente.

I cinque «colombiani» si diedero appuntamento in un ristorante dalle parti di Lucrino nel giorno di chiusura per festeggiare il nuovo anno, l’anno della riscossa. Il proprietario era l’amante storico della zia di Capauciello. Per lui, la riapertura straordinaria era un investimento. Perché il «commando» avrebbe saputo ricompensarlo a dovere al di là dei meriti di letto.

Christian si sedette a capotavola con le spalle rivolte verso il muro e lo sguardo indirizzato alla porta. A sinistra, aveva preso posto ‘o Drogato. A destra c’era Capauciello e, negli ultimi due posti sui lati lunghi della tavola, ‘o Bisonte e Abdul; uno di fronte all’altro. Il proprietario era tutto uno scodinzolare. Pareva «Rin Tin Tin».

Vuoti tutti gli altri tavoli; deserta la cucina a eccezione del cuoco, dell’aiutante e di due camerieri; silenzioso il piano superiore dove il titolare aveva da poco aperto una scuola di danza caraibica che offriva economiche lezioni di salsa e zumba.

  • Tenimm bisogno ‘e gent scetata. Nun voglio veré sciem e ‘ngrippati mmiez ‘a nuje – esordì Christian aggiustandosi il Rolex d’oro sul polso –. Tutta gente fidata, adda essere. Si song amici o parient, è meglio. Sinnò, chi ‘e presenta se piglia pur ‘a responsabilità r’e cazzate ca fann; e pav iss per primo. Amm fatt ‘na cosa ca nun s’è mai vista, a Napule.

Pausa studiata. Il gusto per la teatralità.

  • Mosé va fujienno, ce simm pigliat nu quartiere sano sano e stamm tutt quant ccà. Vivi. Amm scansat ‘a galera e amm scansat ‘o campusant. Cercamm ‘e scansà pur ‘e strunz.

Tutti risero. Il cameriere si avvicinò premuroso porgendo, sotto lo sguardo sospettoso del Bisonte, i menù. Quasi li lasciò cadere sulla tovaglia quelli destinati alla bestia e al tunisino. Gli scottavano in mano o, forse, gli scottavano gli occhi del killer addosso.

Occhi straaani.

  • Tanta gente ce stima, ce rispetta – riprese Christian, aspettando che l’inserviente si allontanasse –. Ce vonn ‘bben. Nun putimm fa errori, nun putimm fa cazzat. V’o dico n’ata vota: pigliat quanta più gente possibile; gent in gamba, p’e soldi non ce stanno problemi.

«A capa bassa tutti quanti, quann passamm nuje» lo interruppe ‘o Drogato più per iscriversi anche lui all’elenco degli interventi che per reale convinzione nella propria frase. ‘O Drogato si ritrovava a fare il camorrista perché era uno dei mezzi più veloci per fare soldi. Ce ne fosse stato un altro, avrebbe subito cambiato mestiere. Il biondino afferrò un pezzo di focaccia calda che nel frattempo era stata servita al centro della tavola e cominciò a divorarla. Il cestello venne saccheggiato in pochi istanti. Per raggiungerlo, ‘o Bisonte si appoggiò con tutto il peso sul tavolo facendolo quasi impennare.

Aveva le idee chiare, Christian, su come organizzare le cose. Il «commando piovra» aveva vinto la guerra insieme, e insieme avrebbe beneficiato dei frutti a patto che gli altri «colombiani» accettassero un paio di condizioni poste da lui.

  • Ognuno ‘e nuje se piglia ‘na piazza ‘e spaccio – disse il ragazzo col tatuaggio alzando la mano e strofinando pollice e indice a mimare il fruscio delle banconote –. Quanti ne simm, cinque? E allora ce stann cinque piazze a Furcella e ‘a Maddalena – scandì le parole una a una –. ‘A robb l’accattamm assieme, e tutti assieme facimm ‘o stess prezzo. Si guadagnamm, guadagnamm assiem. Se perdimm, perdimm assiem. Ma nun perdimm, stat sicur…

Christian tracciò nell’aria una enorme S. Soldi. Soldi. Soldi. Applausi e fischi di approvazione. La scena era tutta sua.

Don Vincenzo lo aveva preparato a dovere. Christian se ne stette in silenzio per qualche secondo. E squadrò i commensali per indovinare eventuali dubbi o domande. Non percepì sentimenti ostili. ‘O Drogato sorrideva già immaginando le montagne di cocaina da smerciare. ‘O Bisonte si stava rosicchiando le unghie dopo aver finito focaccia e pane, e a lui le strategie criminali interessavano solo in relazione agli agguati da compiere. Capauciello si passava la mano sulla testa liscia e già era partito per un viaggio di sola andata per il paradiso delle puttane dove trascorrere la vecchiaia con i soldi della sua piazza. Abdul aveva lo sguardo sfuggente. Solo del tunisino, Christian non riusciva a indovinare i pensieri.

L’accordo era buono, era il migliore possibile in una situazione di democrazia traballante qual era quella del «commando». Christian era sicuro di aver recitato, ancora una volta, il ruolo del capo carismatico e benevolo. E soprattutto pieno di iniziative e belle sorprese.

Una voce dall’altro lato della tavola – E p’e sord?

Christian stava controllando lo smartphone. Non gli fu necessario alzare lo sguardo. Terminò di rispondere a un Whatsapp della fidanzata Elenuccia che s’informava sull’andamento della riunione.

  • Facimm cassa comune sul p’a droga? – aveva fatto in tempo a terminare Abdul prima che iniziasse l’appello delle ordinazioni. Il cameriere, che aveva ben compreso il tipo di clienti che si era ritrovato a servire per colpa del padrone, scrisse più in fretta che poté sul tablet. E tolse di nuovo il disturbo quasi inciampando per la fretta.

Il ragazzo a capotavola si concesse una battuta.

  • Abdul ten paur evidentemente. No, cassa comune pe tutt cose – rispose Christian versandosi un bicchiere di champagne.

  • E c’o pizzo che succer? – rintuzzò ancora quello di colore.

  • Succer ‘o stesso, nun te preoccupà Abdul. Nisciun vo’ fa ‘o furb, nisciun te vo’ levà ‘e sord a int’a sacca. Nuje simm frat. Stamm parlann proprio pe ce metter d’accordo. P’o pizzo è ‘o stess: chi s’occupa r’a piazza, raccoglie pure ‘e tangenti r’e negozi che stann là vicino.

Nella sala si sentiva solo il rumore delle scarpe dell’aiutante cuoco che correva a recuperare dalle celle frigorifere gli ingredienti per le pietanze in preparazione.

  • Furcella ormai è ‘a casa nosta, e ‘a stessa cosa putimm dicere r’a Maddalena. E ce l’amma curà nuje. Ci simm intesi?

Christian, versione bravo ragazzo – Tutt ‘e renar vanno int’a cassa comune: droga, pizzo, usura e puttane. Tutt cos. Poi, ogni mese, levamm ‘e spese ca ce stann, e ce spartimm in parti uguali chella ca rest. Me par onest.

Christian, versione furbo nostalgico – Chi se sta preoccupann ‘e perdere ‘e sord nun sap che significa perdere ‘nu frat. Io pavass mo’ tutt chella ca teng pe n’abbraccio ‘e Maicol.

Il proprietario batté le mani. Sfilarono gli antipasti e i primi. Il cameriere, per la fretta, aveva fatto partire le due comande in contemporanea. Era andato nel pallone. E «Rin Tin Tin» non se n’era accorto.

Grave.

  • Ma c’ha pigliat p’e puorci ca magnamm tutt assieme? – fece Christian allontanando da sé i piatti allungatigli dal cameriere.

Capauciello si chiamò lo «zio» e fece ritirare gli antipasti; avrebbero mangiato solo la pasta che rischiava di scuocere. Gli consigliò di far calmare un po’ il giovane in sala perché si vedeva che era nervoso senza motivo. Altrimenti ci avrebbero pensato loro.

Si sentiva un Padreterno, Capauciello: tante estati prima, aveva provato a lavorare nel ristorante di Rin Tin Tin come lavapiatti e garzone di cucina. Ed era stato licenziato dallo «zio» perché inadeguato. Adesso nel locale c’era ritornato sentendosi Al Capone. C’era ritornato da padrone. E con l’artiglieria pesante.

La faccia del proprietario si fece di pietra. Si scusò mille e mille volte coi «colombiani» e col «nipote» e chiese perdono e giurò sui genitori morti che avrebbe licenziato su due piedi l’imbecille che aveva creato quel casino. Offrì anzi la punizione ai suoi ospiti come gesto di rispetto. Potevano licenziarlo loro al suo posto. Quello era anche il loooro ristorante.

Intervenne Christian e chiese a Rin Tin Tin di far avvicinare il cameriere al tavolo. Era un ragazzo di Secondigliano. Studiava all’alberghiero e sognava di partecipare a «MasterChef». Suo fratello era stato ammazzato nella faida di Scampia tra il clan Di Lauro e gli «scissionisti». Un altro fratello era invece fuggito in Inghilterra a fare il pizzaiolo. Lui era rimasto a casa per assistere i genitori e per stare vicino alla fidanzata che frequentava l’istituto d’arte. A ventidue anni era uno spilungone con la faccia ancora butterata dall’acne. Ventidue anni. Quanti ne aveva il tatuato.

Christian lo chiamò col ditino e lo fece avvicinare.

  • Nun è tené paur ‘e me, nun si ‘o tipo mio.

Approccio simpatico non riuscito. Ritentare con modi più diretti.

  • Però, è sbagliat cu nuje…

Il proprietario guardava fisso il «colombiano». E provava pena per il suo dipendente immaginando il pestaggio a cui sarebbe stato sottoposto. Ma se l’era cercata, quel cretino. Come gli era venuto di far uscire insieme i primi e gli antipasti?!?

  • Nun è tené paur ‘e me e nun è tené paur ‘e nuje – ripeté Christian –. Simm bravi guagliun cumm ‘e te. Però è sbagliat, ‘o frat. E chi sbaglia, paga.

Al cameriere tremavano le gambe. Ballava nella divisa nera e bianca con papillon abbinato. Era in preda a una crisi. Si sentiva un cerchio alla testa. La frase finale in italiano, «Chi sbaglia paga», gli faceva – chissà perché – ancora più paura.

  • ‘O padron te vo’ licinzià pe chell ch’e fatt ‘o sai o no?

Il giovane cercava le parole per spiegare. Non le trovava. E se le avesse trovate, non gli sarebbero uscite. I denti gli battevano.

Il proprietario gli andò dietro e gli tirò uno schiaffo alla testa che quasi gliela staccava. Allo spilungone si bagnarono gli occhi.

Il gusto per lo show del tatuato. Il gusto per il colpo di teatro.

  • ‘E sbagliat.

Silenzio.

  • ‘E sbagliat l’ordinazione, ‘o frat. A me ‘o scialatiell era senza pellecchia r’a pummarola.

Christian fece lo sguardo feroce e diede un ceffone sul tavolo.

L’avevano preso sul serio pure gli amici.

  • Sto pazziann, oh. Oh! Ma chist ‘e scem? Oh, sto pazziann…

Il cameriere con le mani in testa. Singhiozzava. Non capiva più.

  • Ma nun ‘o vir ca sta tremmann ‘e paura? – intervenne Capauciello che già temeva l’arrivo dalle sue parti di qualche schizzo di sangue.

  • ‘O scé sto pazziann – fece di nuovo Christian.

E questa volta lo schiaffone, più forte, dietro la nuca ebbe il merito di fargli funzionare il cervello come succede coi vecchi televisori che s’impallano su un canale.

Il cameriere si sciolse in un sorriso di plastica. Non aveva compreso un cazzo, ma almeno era ancora sulle sue gambe.

  • Nun te ‘ngrippà, stai tranquillo. Nuje magnamm e ce ne jamm ‘a casa. Nun t’impressionà si sient coccos – Christian allargò la mano a indicare gli altri commensali –. Pur nuje faticamm, ma facimm n’ata cosa. Tu fatic normalmente. E mo’ lievem sti pellecchie ‘a int’o piatto ca me fann schif…

Per una buona mezz’oretta, i commensali pensarono solo a riempirsi lo stomaco con scialatielli ai frutti di mare e linguine alle vongole. Il lusso a tavola, a Napoli, è associato sempre ai frutti di mare. Se c’è un giorno di festa, se c’è una ricorrenza speciale, non ci sono proposte alternative: si mangia la vongola, la regina della cucina.

‘O Bisonte e ‘o Drogato terminarono a tempo record. E richiamarono di nuovo gli antipasti. I piatti erano innaffiati da uno champagne rosé frizzante al palato e dal retrogusto dolciastro che forse poteva andar bene per accompagnare un dessert o un assaggio di formaggi. Non certo per un piatto di mare.

«colombiani» non lo sorseggiavano. Lo tracannavano come si fa con un bicchiere d’acqua in una giornata assolata. Qualcuno mimò pure la scena del «Camorrista» di Giuseppe Tornatore quando un boss della mala milanese insegna a Raffaele Cutolo come lavarsi i denti con lo champagne per tenerli freschi e puliti. Sempre loro – ‘o Bisonte e ‘o Drogato – chiesero il bis di impepata di cozze e soute di vongole. Il primo aveva una fame atavica. Il secondo aveva una fame chimica. Parevano suini all’ingrasso.

Il ristorante era uno dei più famosi per le specialità di mare, tappa obbligata per i giocatori del Napoli e per il sottobosco del jet-set cittadino. Alle pareti, vicino alla cassa, c’erano le foto di «Rin Tin Tin» con Diego Armando Maradona, che qui venne a mangiare due sere prima di scappare da Napoli dopo lo scandalo dell’antidoping; con Andrea Carnevale e Alemao, col portiere Giuliano Giuliani. In tempi più recenti gli scatti avevano immortalato Koulibaly e Pandev, Paolo Cannavaro e Higuain «el Pipita». Il centravanti del Napoli abbozzava un sorriso, abbracciato tra il proprietario e gli impiegati del locale.

Higuain. Che ricordi.

Un giorno era capitato ai «colombiani» di incrociare il centravanti azzurro all’altezza di Pinetamare, in provincia di Caserta. Loro diretti a Castelvolturno per incontrare un ricettatore di gioielli interessato alla refurtiva dell’ultimo «rapinatour» in Spagna, lui al centro sportivo del club. Era nella sua bella auto di lusso.

Rapido consulto.

‘O Drogato propose di affiancarlo e rapinarlo come avevano fatto con Hamsik e Zuniga e con la fidanzata del «Pocho» e con la moglie di Cavani. Christian addirittura voleva rapirlo e chiedere il riscatto, così i «colombiani» sarebbero diventati una leggenda nel mondo del crimine. ‘O Bisonte, che era tifoso dell’argentino, si rifiutò di mettergli le mani addosso. Stettero tutto il tempo a litigare al semaforo e l’occasione sfumò. Higuain accelerò e il Suv di Christian rimase fermo, al centro della carreggiata, bombardato da colpi di clacson.

La bestia pescava mitili dalla terrina di ceramica e ci inzuppava i crostini, e raccontava cose sconce e dalla bocca colava cibo sul tovagliolo allacciato a mo’ di bavaglino. ‘O Bisonte era tornato Bisontino. Christian e Abdul erano gli unici che non si ingozzavano in maniera così sgradevole. Capauciello si fece allungare una dose di cocaina dal Drogato e ne buttò un pizzico nel bicchiere di champagne che prese a bollire.

  • ‘E fatt l’idrolitina, mongolò? – lo redarguì ‘o Bisonte mentre strappava a morsi una rosetta.

  • Vulev vedere che sapor ten – si giustificò Capauciello.

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