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Non si seppe mai chi si vendette il figlio di Mosé. Quello latitante. Quello inseguito da un ordine di arresto per una storia di droga risalente a due anni prima. Quello che il papà voleva tener fuori dalla battaglia col «commando» perché terrorizzato all’idea che lo ammazzassero, che glielo strappassero dalle mani dopo che aveva tanto battagliato per riuscire ad averlo con l’inseminazione artificiale da detenuto in regime di massima sicurezza.

Il cadavere di Enea venne trovato dalle parti di Chiaiano, in un fossato a ridosso di un piccolo cavalcavia. Portava gli occhiali e non le lentine, com’era sua abitudine. Chi lo aveva attirato in trappola doveva avergli messo molta fretta per convincerlo ad uscire e a seguirlo in un posto isolato dove gli avrebbe piantato una pallottola nel cuore. Spaccandoglielo a metà. Non ebbe il tempo di ripetere le gesta del suo leggendario emulo, l’eroe troiano fuggito in Italia che creò il mito di Roma. Enea non ebbe il tempo di fondare un suo impero criminale dopo che quello del padre era finito sotto attacco dei «barbari».

In Questura, arrivò una chiamata anonima che annunciava la presenza di una bomba vicino a un cavalcavia. Invece dell’ordigno, i poliziotti scoprirono il corpo senza vita di Sepe Enea, venticinque anni, ricercato. «Figlio – scrissero i poliziotti nel verbale – del pluripregiudicato Sepe Luciano, detto Mosé. Allo stato anche lui latitante». Chissà che cosa urlò il vecchio padrino quando il suo autista glielò riferì. Le voci dei vicoli raccontarono che passandosi disperato le mani tra i capelli folte ciocche bianche gli cadevano nei palmi.
Mosé aveva sottostimato i suoi nemici, e questo era uno sbaglio imperdonabile per un boss del suo calibro. Ma – cosa ancor più grave – aveva perseverato a non prenderli in considerazione, nonostante i «colombiani» gli avessero dato dimostrazione di voler attaccare. Era caduto nella trappola psicologica di chi, per risolvere un problema, lo ignora. Salvo poi finirne travolto una volta che il guaio è diventato ingestibile.

 

Al primo omicidio di un suo affiliato, il padrino finse che la cosa fosse appena appena degna del suo interessamento. E incaricò uno dei colonnelli del clan di individuare l’autore e di punirlo. Ma non ci riuscì.
Al secondo omicidio, l’anziano boss chiese al suo braccio destro di risolvere la questione. Ma non ne fu capace.
Al terzo omicidio, il malavitoso coi capelli bianchi minacciò fuoco e fiamme. Diede ordine di fare terra bruciata attorno a quei miserabili e di sgozzarli uno a uno. I killer dei «Barbutos» girarono a vuoto mentre i suoi continuavano a finire nel mirino.
Al quarto omicidio, provò a chiedere una mano a quelli che pensava fossero suoi alleati. Ottenne nulla. Se non il consiglio da parte di Vicienz ‘o piragna di non stressarsi troppo visto che aveva già avuto un infarto. Allora, solo allora Mosé capì.

Poi arrivarono le esecuzioni di Cap ‘e fierro, di Cioccolata e di Quagliarella e degli altri; e l’anziano boss iniziò a provare un umanissimo brivido di paura. Il gelo gli attraversava la schiena a pensare a quel manipolo di accattoni che sembravano fantasmi. Sparavano e sparivano.
Nonostante l’età e l’esperienza, Mosé aveva dimenticato quel saggio proverbio che recita che, quando ti stanno infilando un pugnale nella schiena e non riesci a liberarti dalla morsa, è inutile dibattersi perché ti infliggi solo più dolore. E dai maggiore soddisfazione all’aggressore che ti sta martoriando la carne.
Mosé giurò di vendicare Enea. Aveva la forza di combattere. Ma non era ancora finita.

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