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di Giancarlo Tommasone

Portici, 6-9-2017

D’estate, da ragazzino, insieme a mio padre e a mio fratello, andavo spesso a pesca al bagno Rex. Alle 5 del mattino già eravamo in acqua, un po’ perché l’alba è uno dei migliori momenti per pescare, un po’ perché, massimo per le 8.30 dovevamo risalire; a quell’ora infatti, gli scarichi cominciavano a emettere a pieno regime e l’acqua, seppure ci trovassimo al largo, sarebbe diventata di lì a poco impraticabile.

Intorno alle 6 compariva Nglò Nglò,
lo chiamavano così a causa del verso
che emetteva ogni volta che prendeva
fiato per le sue brevi apnee

All’epoca doveva aver passato da poco i 70 anni. Camminava sulla spiaggia trascinando una camera d’aria gonfia a cui aveva applicato un retino e raggiungeva a nuoto la chiana dove cominciava a raccogliere chili e chili di cozze. Lo aveva fatto per tutta la vita, forse lo fece pure il giorno in cui se ne andò.

Non poteva permettersi una muta, né una maschera subacquea (qualcuno aveva provato a fargliene dono, ma non aveva accettato) e allora utilizzava un vecchio giubbino di jeans smanicato come corpetto per proteggersi (invano) dall’acqua fredda e delle scarpe da ginnastica per non tagliarsi sugli scogli aguzzi. Niente maschera, diceva che sott’acqua i suoi occhi erano le mani. Era capace pure di fare cinquanta chili di cozze a battuta, svuotava il retino a riva quattro, cinque volte e alla fine, terminato ‘o sfriddo (la scrematura) dei mitili, buttava tutto in un barile di plastica, se lo caricava sulle spalle e improvvisava una bancarella fuori al vico di Pietrarsa.

Secondo quanto ci raccontavano mio padre e mio zio, Nglò Nglò aveva passato in galera molti anni della sua vita, perché aveva fatto da prestanome a un numero imprecisato di contrabbandieri. In cambio di un centinaio di migliaia di lire e di una decina di stecche di sigarette gli intestavano di volta in volta, motoscafi blu, case e addirittura ristoranti.

Naturalmente quando le forze dell’ordine facevano le indagini ed effettuavano operazioni contro i contrabbandieri, risalivano a lui, se lo portavano e lo mandavano a Poggioreale. Tutti quanti lo chiamavano Nglò Nglò, ma io una mattina che lo aiutavo a scartare le cozze grandi dalle sementi riuscii a scoprire come davvero si chiamasse. Sull’avambraccio destro aveva un tatuaggio, di quelli fatti in carcere; la scritta era viola e in stampatello si leggeva: UMBERTO. “Chi è Umberto?”, chiesi. “Song’ io”, rispose. Sotto il nome c’era pure una data: 6-9-’17. Oggi avrebbe compiuto cento anni, buon compleanno Nglò Nglò.

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