giovedì, Agosto 11, 2022
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Tangente ai finanzieri, il commercialista: mi raccomando, soldi in contanti

Francesco Truda agli inquirenti: ho dato i seimila euro a Gelormini, ma per lavoro

di Giancarlo Tommasone

Riguardo alla tangente da consegnare alla coppia di finanzieri, il professionista si era raccomandato al suo cliente: «Gli dobbiamo fare un regalo a questi qua (…) quello che ci hanno fatto è una buona cosa». A parlare, intercettato, grazie alle microspie installate nel suo studio al Centro direzionale di Napoli, è il commercialista 77enne Alessandro Gelormini (residente a Portici) che colloquia con l’imprenditore Francesco Truda (classe 1945, posillipino). Secondo quanto è riportato nell’ordinanza di custodia cautelare a firma del gip Giovanni de Angelis, i due stanno quantificando la mazzetta da versare ai militari delle fiamme gialle, il maresciallo Saverio D’Avanzo (54enne di Sperone, provincia di Avellino) e Giuseppe Mauriello (54enne di Pomigliano d’Arco), entrambi in forza al I Gruppo Napoli, che si imbattono su due false fatture per operazioni inesistenti, del valore complessivo di 519.720 euro.

I quattro sono stati arrestati la scorsa settimana, D’Avanzo è finito in carcere, mente gli altri 3 indagati ai domiciliari. Le fatture in questione, secondo l’accusa, e stando pure a quanto emerge dagli accessi (effettuati all’inizio del 2017), la Samir (azienda di cui è gestore di fatto Francesco Truda) le aveva «acquistate» dalla Teleservizi Spa. Le indagini erano scattate da parte del I Gruppo della guardia di finanza di Napoli, rispetto a società «cartiere» e nel corso dei controlli era emersa anche la circostanza che portava all’imprenditore e al suo commercialista. Per evitare che i rilievi effettuati da D’Avanzo e Mauriello risultino di natura penale, si pensa alla mazzetta da «regalare» ai finanzieri compiacenti.

Le intercettazioni ambientali

«Dobbiamo dare (a loro) tra i sei e gli ottomila euro, o tre o quattromila euro per uno», dice Gelormini. Che poi ribadisce a Truda: «Però in contanti». Al che l’imprenditore ribatte: «E mica ci faccio un assegno… una raccomandazione inutile, quello è corruzione (sottolineando il fatto che un assegno sia  tracciabile, ndr)». Alla fine, la consegna della mazzetta , e il relativo reato di corruzione, si concretizzano; Truda consegna al commercialista la somma di seimila euro, ma ai finanzieri ne andranno soltanto quattromila, perché Gelormini, avrebbe trattenuto per sé il restante, a mo’ di vera e propria cresta sulla tangente.

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Quest’ultimo particolare viene, però, smentito dal commercialista, che, è riportato nell’ordinanza, «non ha poi chiarito la vicenda relativa all’effettivo importo degli emolumenti corruttivi (egli tratteneva un terzo della somma di seimila euro, lucrando miseramente  sulla dazione illecita), limitandosi a fornire una versione dei fatti poco credibile ed a sé più favorevole (ai limiti del paradossale); lo stesso ha infatti dichiarato di aver ricevuto da Truda la busta del danaro nella misura concordata di seimila euro, ma di non averne controllato il contenuto, limitandosi a riporla sul tavolo». Si sarebbe accorto che si trattava – questa è la sua versione – di quattromila euro solo prima dell’incontro con i due finanzieri, all’atto di contare i soldi.

Una prima operazione nei confronti dei 4 indagati era scattata a luglio, ma poi il Tribunale del Riesame aveva annullato l’ordinanza. Durante gli interrogatori di garanzia, Mauriello aveva dichiarato: «Sono consapevole dell’errore commesso. Sono dispiaciuto». Gelormini, interrogato in relazione alla contestazione del reato di corruzione, aveva risposto: «Effettivamente è stata una leggerezza che ho fatto e  che riconosco». «Truda – è riportato nell’ordinanza di custodia cautelare del 23 settembre 2019 -, dal canto suo, ammetteva di aver dato la somma di seimila euro a Gelormini, non per corrompere i finanzieri, ma “per lavoro”». L’unico ad essersi avvalso della facoltà di non rispondere, nel corso degli interrogatori di garanzia di metà luglio, era stato il maresciallo D’Avanzo.

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