La 'rendita' mensile del boss (foto di repertorio)

Il camorrista anziano spiega al sodale meno esperto come funziona il racket nella zona in cui vive il capoclan

La conversazione viene intercettata mentre due camorristi, a bordo di un’auto, fanno da apripista all’autista di un tir carico di sigarette di contrabbando. Procedendo in testa al «convoglio», gli indicano la strada per raggiungere il luogo deputato per stoccare le «bionde». Durante il percorso, i due sodali (inseriti nel clan Fabbrocino) si trovano a passare in una zona al confine tra i comuni di San Giuseppe Vesuviano e Ottaviano. «Qua abita il compare (il boss, ndr)», spiega il compagno più anziano al suo interlocutore. L’area in questione – fa intendere – praticamente ricade sotto il dominio assoluto del capoclan. Nel corso della conversazione, viene pure detto che «lì non si pagano le estorsioni» perché le persone che vi abitano sono tutte legate al boss «da un rapporto di reciproca stima».

Ciò non toglie però, che se «quello ha bisogno di soldi e chiede 200mila euro o un milione, nessuno glieli rifiuta». Il malavitoso con maggiore esperienza e «militanza» racconta al suo amico più giovane, come vengano effettuate le estorsioni nella zona. «Si fanno solo ad alti livelli, per la cosa dei lavori pubblici e agli imprenditori, ma quelli grandi», racconta. Stando al contenuto delle intercettazioni, che confluiscono in una informativa di polizia giudiziaria, «le estorsioni – argomentano gli inquirenti – sono, altresì, praticate con il sistema della fittizia assunzione di operai presso ditte che vengono costrette a regolarizzare un rapporto di lavoro con la relativa dazione di uno stipendio a persone che, però, non vanno mai a lavorare».

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