Giuseppe Montella, uno dei carabinieri arrestati nell'ambito dell'operazione Odysséus

Il carabiniere infedele Montella e il provento delle attività illecite: i contanti li metto qui, così nessuno mi becca

di Giancarlo Tommasone

La conversazione viene intercettata il tre maggio del 2020, e avviene tra Giuseppe Montella (originario di Brusciano), Salvatore Cappellano e Angelo Francesco Minniti. Si tratta di tre carabinieri che fino alla scorsa settimana erano in servizio presso la caserma Levante di Piacenza. I primi due si trovano adesso in carcere, il terzo, invece, è sottoposto all’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Sono le 7.28; Montella entra in stazione e dopo aver salutato i colleghi mostra loro il denaro contante che aveva con sé, «frutto del guadagno di un mese e mezzo suo e della compagna, Maria Luisa Cattaneo (anche per lei è stato predisposto l’obbligo di firma)», è scritto nell’ordinanza a cura del gip Luca Milani.

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I soldi, spiega Montella, li avrebbe custoditi nella cassaforte della caserma. Ma perché? «La scelta di custodire i contanti in caserma – annotano i magistrati – piuttosto che in casa, era dettata, a dire di Montella, dal timore di subire furti, ed era comunque meglio che in banca, dove tutti avrebbero potuto apprendere le sue disponibilità economiche (molto sostanziose, da quanto emerge dalle indagini)».

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C’è di più, l’appuntato Montella, alla fine della conversazione captata dagli investigatori, tiene a sottolineare a uno dei colleghi, come tali soldi «non fossero stati guadagnati lecitamente, ed allora proprio per non dover dare spiegazioni, li teneva in caserma, sicuro che nessuno lo avrebbe mai beccato». «Non è che tu hai fatto i soldi così, non sono soldi buoni questi qua, eh, minchia. Glielo vai a dire che hai fatto i soldi così e allora no. Li metto in caserma, chi cazzo mi becca», afferma l’appuntato, che è accusato – tra l’altro – anche di essere al vertice di un gruppo specializzato nello spaccio di sostanze stupefacenti.

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