Li tirò in ballo un collaboratore di giustizia. I religiosi: agimmo per dovere cristiano, invitando il pentito solo a dire la verità

In più di un’occasione, i corsi della Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo, si sono incrociati con quelli di religiosi. A testimoniare la circostanza, anche la richiesta di rinvio a giudizio per due prelati, che all’epoca dei fatti contestati, erano cappellani rispettivamente presso il carcere di Poggioreale e in quello di Benevento. Nei confronti dei due sacerdoti, fu formulata l’ipotesi di reato per favoreggiamento aggravato.

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L’accusa si fondò sulle rivelazioni del pentito della Nco, Mario I., che era detenuto nel penitenziario sannita. Il collaboratore di giustizia, dichiarò di essere stato avvicinato dal cappellano del carcere, il quale gli avrebbe chiesto di scagionare dall’accusa di omicidio, un altro detenuto, Vincenzo P. Secondo quanto riferito dal pentito, il religioso avrebbe a sua volta ricevuto tale richiesta dall’allora cappellano di Poggioreale.

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Quest’ultimo ammise la circostanza nel corso di un interrogatorio, sostenendo, però, di essersi limitato a raccogliere un invito dei familiari di Vincenzo P., convinti che il loro congiunto fosse stato ingiustamente accusato. I fatti che furono contestati ai due prelati, si riferiscono al maggio del 1995.

I religiosi interrogati:
agimmo per dovere cristiano

Entrambi i cappellani sostennero, davanti agli inquirenti, di aver agito solo per «dovere cristiano e di non aver invitato il pentito a riferire il falso ma soltanto a dire la verità, nel caso avesse mentito in precedenza». Vincenzo P. fu arrestato con l’accusa di aver partecipato a uno degli omicidi avvenuti la sera del 23 dicembre del 1980, nel carcere di Poggioreale quando, dopo la violenta scossa di terremoto, in seguito all’apertura delle celle si verificò un regolamento di conti tra i detenuti cutoliani e quelli affiliati alla Nuova famiglia.