Raffaele Cutolo e Pasquale Barra (alias 'o animale)

LA STORIA DELLA CAMORRA Dopo la bocciatura della richiesta di confronto con l’altro pentito, l’ex santista della Nco fu scortato fuori dall’aula

Chiamare pauroso un camorrista è la peggior offesa che gli si possa rivolgere. La paura è un sentimento che negli ambienti criminali, è sinonimo di vigliaccheria, codardia. Chi viene bollato come pauroso non merita di stare nella «onorata società». Lo sapeva bene anche Pasquale Barra (alias ’o animale, o il boia delle carceri, deceduto nel 2015, e per anni la longa manus armata dei cutoliani), accusato dal pentito Giovanni Pandico (detto ’o pazzo) di essere appunto senza coraggio, pauroso. «Pandico, ha dichiarato a lei, che non bisogna più avere fiducia del collaboratore di giustizia Pasquale Barra, perché ha paura», spiega lo stesso Barra al presidente della Corte. «A questo punto, io chiedo un confronto con Pandico, altrimenti veramente non collaboro più», si impunta ’o animale.

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E’ quanto dichiara Barra, in aula, il 30 aprile del 1985, nel corso di un processo imbastito contro 250 persone, ritenute legate alla Nco di Raffaele Cutolo. Il presidente spiega che non è possibile organizzare un confronto tra i due pentiti, e Barra sbotta: «Signore presidente, ma qua si sta perdendo la testa? Io non ho paura di Pandico, io lo uccido subito». «Io sono qui per chiarire le cose, io non ho paura, e poi ho vissuto e so morire. E voglio pure un confronto col personale e la direzione del carcere di Campobasso, dove a causa di una cinquantina di rapporti, mi hanno fatto fare sette mesi di cella di punizione, ma che stiamo scherzando?», dice ancora.

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Pure la seconda richiesta di confronto viene bocciata, a questo punto, Barra afferma che non vuole più collaborare. E prima di essere accompagnato fuori dall’aula, aggiunge: «Non confermo le cose che ho detto in precedenza, non conosco nessuno, abbraccio sempre la mia terra, signor presidente, Ottaviano, le voglio bene (si riferisce a Ottaviano, ndr)».