venerdì, Maggio 20, 2022
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Quando due ospedali rifiutarono il ricovero del padrino

LA STORIA DELLA CAMORRA – Il boss avrebbe potuto causare un trauma negli altri ammalati

Il boss Michele Zaza negli ultimi anni ha avuto bisogno di cure sanitarie continue a causa della sua cardiopatia. Una circostanza che rendeva complicata la vita ai giudici che dovevano organizzare i processi in cui era coinvolto. Nel 1987 il presidente della terza sezione del tribunale, dott. Giordano, chiese al Monaldi e al Secondo Policlinico di Napoli di ricoverare in un reparto di cardiologia il boss durante tutto il tempo occorrente per lo svolgimento di un processo in cui era il principale imputato.

Le direzioni sanitarie però rifiutarono per motivi logistici e carenza di personale sanitario. Con un fonogramma, inviato ai responsabili sanitari dei due ospedali, il dott. Giordano aveva chiesto un parere sull’eventuale possibilità di ospitarlo sottolineando la necessità di tenerlo in una stanza singola e isolata rispetto alle corsie e quella di tenere costantemente un aiuto di cardiologia ed uno di anestesia a disposizione del detenuto, non solo in ospedale, ma anche in aula durante lo svilgimento delle udienze.

Particolari che rendevano difficoltosa la sua permanenza nelle strutture e che costrinsero i direttori a rifutare anche per non recare pregiudizio agli altri ammalati ricoverati nei reparti di cardiologia per i quali – spiegarono al dottor Giordano – poteva rappresentare un trauma eccessivo la vicinanza di un personaggio come Zaza e delle forze dell’ordine armate incaricate di sorvegliarlo. Insomma Zaza, anche bloccato in un letto incuteva ancora timore e stress nelle persone con cui entrava a contatto.

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