sabato, Agosto 13, 2022
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Proiettili all’uranio impoverito, la battaglia di un carabiniere per i diritti negati

Il sottufficiale vittima di un carcinoma alla vescica

di Fabrizio Geremicca

Sottufficiale dei carabinieri, sessant’anni, a quarantotto gli fu diagnosticato un carcinoma alla vescica. Ha chiesto al Ministero della Difesa di ammettere che quella neoplasia era stata determinata dall’esposizione all’uranio impoverito contenuto nei proiettili della Nato. Aveva, infatti, partecipato alle missioni in Bosnia dal 22 settembre 2005 al 31 marzo 2006 e in Kosovo dal 22 marzo 2009 al 6 dicembre 2009. Per due volte la sua istanza è stata bocciata e per due volte, difeso dall’avvocato Angelo Tartaglia, ha presentato ricorso al Tar. I giudici amministrativi per due volte hanno sancito che il diniego non era adeguatamente motivato. La prima nel 2020, la seconda alcune settimane fa, nell’ambito del giudizio di ottemperanza proposto affinché il Ministero della Difesa attuasse la prima sentenza.

La storia

La disfida giudiziaria inizia nel 2011, quando il Comitato di verifica per le cause di servizio nega che l’infermità possa riconoscersi come dipendente dal sevizio prestato dal carabiniere nella ex Jugoslavia. Il 26 gennaio 2012 il Ministero della Difesa emette, quindi, il decreto con cui respinge la domanda di riconoscimento dei benefici richiesti.

Parte il primo ricorso al Tar. Il carabiniere racconta di avere operato in zone della Bosnia e del Kosovo massicciamente bombardate anche con armi all’uranio impoverito. Evidenzia che durante le missioni ha dovuto permanere in siti devastati da bombardamenti (con spostamenti a bordo di camionette aperte) senza essere munito di alcun mezzo di protezione (tute, mascherine e guanti) in un ambiente altamente inquinato da esalazioni e residui tossici derivanti dalla combustione ed ossidazione dei metalli pesanti causate dall’impatto e dall’esplosione delle munizioni utilizzate per le operazioni belliche, fra le quali quelle con utilizzo di uranio impoverito per i bersagli corazzati e, in genere, quelli molto protetti come le fabbriche di prodotti chimici.

Deposita la «Valutazione di reperti bioptici tramite indagine nanodiagnostica di microscopia elettronica a scansione e microanalisi a raggi X» del 12 novembre 2010, resa da un istituto specializzato su campioni biologici dalla quale emerge che «in entrambi i campioni si sono identificate particelle carboniose contenenti principalmente Alluminio-Silicio e particelle metalliche. Le particelle metalliche sono a base di Ferro –Zolfo oppure contengono Ferro-Cromo-Nichel, il che le individua come particelle di acciaio. Queste contengono pure Rame e Zinco. Particolari sono i detriti di Zinco e quelli nanometrici di Tungsteno. Alcuni detriti a base di Alluminio e Silicio sono a forma di scaglie con bordi taglienti mentre quelle metalliche sono anche di forma sferica che denota una generazione combustiva. Queste polveri non sono biocompatibili né biodegradabili: dunque sono potenzialmente patogene».

Federico II e Tor Vergata dicono no

Il Tar Campania chiede al Dipartimento di Medicina Legale dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II di Napoli di accertare «se l’attività di servizio svolta dal ricorrente in Bosnia e in Kosovo, per le condizioni e la durata in cui la stessa è avvenuta, possa avere costituito la causa, ovvero la concausa dell’insorgere del carcinoma». L’ateno lo nega in una relazione del 24 ottobre 2017: «Dall’analisi dei dati che emergono dallo studio della documentazione sanitaria in atti non è possibile ammettere la sussistenza di un nesso causale in termini di probabilità qualificata, tra la possibile esposizione all’uranio impoverito e nanoparticelle ed il carcinoma-diagnosticato nel 2010 in quanto tale probabilità è da ritenersi significativamente al di sotto del 50%».

Il 16 gennaio 2018 il carabiniere deposita una relazione di parte che confuta la tesi della Federico II. Il Tar chiede, a questo punto, una seconda verifica, stavolta al professore Francesco Torino, oncologo medico all’Università di Tor Vergata. Il 25 febbraio 2019 Torino deposita la relazione: «È possibile che la presenza di corpi/elementi estranei e tossici possa aver generato una condizione di flogosi cronica locale, che è noto possa essere una condizione favorente lo sviluppo di vari processi neoplastici, compreso il carcinoma vescicale. Di tale specifica azione ancora non si può aver prova certa utilizzando gli strumenti e metodi attualmente disponibili».

Aggiunge: «In base alle attuali conoscenze scientifiche e pur con i limiti sopra indicati si deve ritenere che l’esposizione del soggetto ricorrente a polveri dell’uranio impoverito non abbia svolto un ruolo causale prevalente o preponderante nel determinismo della neoplasia vescicale da cui egli è stato riscontrato affetto, non potendosi sostenere, con elevata probabilità scientifica, l’ipotesi di un rapporto causale o concausale sufficiente e/o determinante».

Metalli pesanti in dosi centinaia di volte superiori rispetto alla media

Il consulente di parte del carabiniere contesta anche questa relazione e deposita i risultati dell’esame cui si è sottoposto l’uomo il 20 maggio 2019, svolto dall’Università degli Studi di Torino, Dipartimento di biotecnologie molecolari e scienze per la salute – sezione di chimica. L’esame ha evidenziato nel sangue quantità di metalli pesanti centinaia di volte superiori rispetto a quelle emerse nella popolazione italiana di riferimento. Sono stati altresì rinvenuti metalli pesanti esogeni, assenti nella popolazione italiana e di certa derivazione bellica.

Le sentenze del Tar

Nel 2020 il Tar sancisce che il Comitato di verifica delle cause di servizio, nell’adozione del parere, «non ha adeguatamente tenuto conto dei possibili cofattori della patogenesi desumibili dalle circostanze di svolgimento del servizio e rappresentati dall’interessato». I giudici chiedono che il Comitato di verifica, «proceda a considerare i potenziali fattori di rischio associati alla tipologia dell’impiego cui è stato sottoposto il ricorrente e valutare in modo analitico e compiuto l’incidenza causale di tali fattori rispetto all’infermità diagnosticata».

Il Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri, però, emana un secondo parere che è sostanzialmente la fotocopia del primo. Il sessantenne di Torre Annunziata presenta un nuovo ricorso al tar, affinché obblighi il Ministero della Difesa ad ottemperare alla prima sentenza, quella del 2020. «Il ricorso è fondato», sanciscono le toghe. «Nel caso in esame – scrivono – è chiaramente dimostrato che il ricorrente presenta valori alterati nel sangue data la presenza di metalli pesanti esogeni in percentuale di gran lunga superiore alla media della popolazione nazionale. Tuttavia nel provvedimento impugnato nulla viene specificato in ordine alla rilevanza di fattori causali – diversi dalla esposizione del soggetto in zone che hanno costituito scenario bellico – che abbiano potuto determinare tale evidenza».

Il Comitato dovrà dunque esprimersi sulla vicenda per la terza volta e, avvertono i giudici, «dovrà tener conto, in contraddittorio con la parte, di tutta la documentazione versata in atti. Nell’adozione del provvedimento finale dovrà analiticamente indicare le ragioni per le quali eventualmente vanno disattese le conclusioni pervenute dai periti della parte ricorrente e delle conclusioni difensive».

L’avvocato: 400 morti e 8000 ammalati

Commenta l’avvocato Tartaglia, il difensore del carabiniere: «Sono drammi silenti questi delle vittime dell’uranio impoverito. Storie umane incredibili. Quella di un ragazzo campano ammalato di Sla,per esempio. Lo andai a trovare a casa, era allettato con un tubo nella trachea e parlava tramite pc. Ogni mattina mi mandava il buongiorno ed è venuto a mancare. Anche lui ha prestato servizio durante le guerre nei Balcani».

Prosegue: «Si parla di 400 deceduti e, ad oggi, ottomila ammalati tra i militari italiani. Senza considerare le popolazioni che furono costrette a respirare uranio impoverito durante quei conflitti. Si consideri che quei proiettili sono stati impiegati anche durante i conflitti in Afghanistan ed in Iraq». Tartaglia ha seguito finora 260 casi di militari e collabora con un suo collega serbo per fare luce sui danni arrecati alle popolazioni dall’impiego di tali proiettili.

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