Raffaele Cutolo e Giovanni Pandico (nel riquadro)

LA STORIA DELLA CAMORRA / Il pentito della Nco Giovanni Pandico rivelò un progetto che (secondo quanto disse) avrebbe dovuto portare alla sua morte e a quella del boss di Ottaviano

di Giancarlo Tommasone

Quando era sotto i riflettori, considerato tra i pentiti di punta della Nuova camorra organizzata, Giovanni Pandico, anche detto il pazzo, o lo scritturale di Raffaele Cutolo, non era nuovo a iniziative per restare al centro della scena. Considerato «un narcisista patologico» (come si evince da una serie di perizie che lo riguardano), Pandico passerà alla storia soprattutto per essere tra i maggiori falsi accusatori di Enzo Tortora. In diverse occasioni, ricorre poi all’invio di lettere ai quotidiani, come capita a settembre del 1987, quando spedisce una missiva a Il Giornale di Napoli. Attraverso lo scritto, Pandico rivela  il progetto di un «suicidio scientifico» che qualcuno avrebbe studiato contro di lui. Secondo quanto annota nella lettera, il disegno sarebbe stato realizzato «mediante un terrorismo psicologico posto scientemente in essere», da mesi «ad opera di un gruppo di compiacenti personaggi».

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«Al pericolo suddetto – aggiunge Pandico – è sottoposto anche Raffaele Cutolo all’Asinara, anche se con mezzi diversi, essendo noi due, dopo la morte di Vincenzo Casillo, Giuseppe Bosso, Salvatore Imperatrice e Nicola Nuzzo, gli unici sopravvissuti a tutt’oggi nell’istruttoria Cirillo; è un gravissimo errore che tutto questo non lo si sia capito subito». Nella lettera inviata al redattore de Il Giornale di Napoli, Giovanni Pandico sottolinea pure che «il riscatto pagato per la liberazione di Ciro Cirillo (e incassato solo per un terzo dalle Brigate Rosse) fu di quattro miliardi e mezzo (di lire). Quindi, come si può constatare, io e Cutolo siamo sulla stessa barca anzi nella stessa bara. Lui perché non ha parlato (e qualcuno non fa sogni tranquilli, sempre nell’ansia che un domani potrebbe farlo…) ed io perché ho parlato, essendo dissociato».

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«Poi si tenga presente – continua il pazzo – che a breve termine, sarà fissato il processo e, con un Pandico ed un Cutolo vivi, non so se mi spiego». Negli ambienti giudiziari napoletani, proprio in seguito a quanto dichiarò Pandico nella missiva, all’epoca fu fatto osservare che il processo per il pagamento del riscatto relativo alla liberazione di Cirillo, nonché per il falso dell’Unità non si sarebbe svolto in tempi brevi. Il giudice Alemi, infatti, non aveva ancora concluso l’istruttoria, e per l’ordinanza di rinvio a giudizio, sarebbero occorsi ancora alcuni mesi.