Giuliano Di Bernardo e Licio Gelli

Processo ’Ndrangheta stragista, l’allarme per le infiltrazioni delle logge (in Calabria e Sicilia) fu lanciato dal Gran Maestro Giuliano Di Bernardo

di Giancarlo Tommasone

Al vertice del piano eversivo separatista c’era la massoneria deviata, quella di stampo gelliano, che secondo i riscontri investigativi e le dichiarazioni dei pentiti, costituiva la maggioranza della consorteria formata appunto da «grembiulini», politici e mafiosi. E’ quanto emerge a chiare lettere dagli atti del processo ’Ndrangheta stragista, conclusosi la scorsa estate (con la condanna in primo grado, all’ergastolo per i boss Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone).

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Il piano / Anche la camorra fu coinvolta
nel progetto separatista di Licio Gelli

A parlare della «commistione», non solo soltanto i collaboratori di giustizia, bensì anche personaggi di primo piano dell’universo delle logge. Tra questi, c’è ad esempio il Gran Maestro Giuliano Di Bernardo, vale a dire la massima carica massonica italiana all’inizio degli anni ’90.

Di lui, scrivono i magistrati, «certamente insospettabile di essere il solito complottista che vede ovunque trame massoniche, con fermezza e senza esitazioni, da un punto di osservazione assolutamente privilegiato del versante massonico, ammetteva che mentre in Sicilia aveva constatato, all’epoca (anni 1991-93) preoccupanti inquinamenti di alcune logge massoniche da parte della mafia, in Calabria, dove l’influenza della massoneria era straordinariamente più significativa, il quadro era capovolto, nel senso che solo in modo residuale, poche logge, sfuggivano al controllo della ’Ndrangheta».

Le dichiarazioni di Di Bernardo verbalizzate a marzo del 2014

«E quanto fossero reali ed evidenti tali commistioni (tra massoneria deviata e ambienti mafiosi) e quanto preoccupanti – argomentano gli inquirenti – è dimostrato non dalle parole ma dai fatti. Di Bernardo, che aveva speso una vita per diventare Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, non solo si dimise immediatamente da tale carica, ma, in accordo con il Duca di Kent, fondò, in Italia, un nuovo Ordine Massonico che doveva essere al riparo proprio dalle infiltrazioni criminali di cui si è detto».

Il pactum sceleris / «C’era pure la camorra
nel consorzio criminale con calabresi e corleonesi»

E c’è di più – annotano i magistrati –  perché «come si è visto, lo stesso Di Bernardo ebbe notizia, all’interno della massoneria, che in Calabria e Sicilia, molti esponenti del GoI (Grande Oriente d’Italia, che lui stesso, come abbiamo visto, riteneva, almeno in Calabria una sorta di continuum con la `Ndrangheta) sostenevano i movimenti separatisti e le leghe meridionali». Si tratta, dunque, secondo gli inquirenti, «di un evidente ed inequivocabile elemento di riscontro» alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Leonardo Messina, Pasquale Nucera, Gioacchino Pennino e Filippo Barreca.

I contatti / ’Ndrangheta stragista, gli incontri
a Villa Wanda tra Licio Gelli e i Casalesi

Pentiti che hanno evidenziato come la massoneria deviata «(e non si vede come possa definirsi altrimenti la massoneria che si intreccia con le mafie) ebbe un ruolo ed una influenza significativa nella elaborazione ed attuazione delle strategie politico-eversive delle mafie». Nella cerchia strettissima dei principali attori, non solo per quel che riguarda il progetto separatista, ma rispetto al coinvolgimento delle mafie in detto progetto, c’era – come accertato dalla Dda palermitana – anche «Licio Gelli, espressione iconica della massoneria deviata».